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OPINIONI

Brics, continuerà lo sviluppo?

Brics, continuerà lo sviluppo?

Uno degli effetti “collaterali” più evidenti del folle 2025 appena conclusosi e di questo inizio del 2026 è il declino piuttosto evidente del progetto BRICS. Anche se forse era difficile immaginare che potesse andare diversamente.

Negli ultimi anni il BRICS è passato dall’essere una suggestione geopolitica a una sorta di contenitore politico sempre più affollato e sempre meno coeso e coerente. L’allargamento deciso dal 2024 in poi ha prodotto titoli, mappe colorate e percentuali impressionanti, ma non ha risolto il nodo centrale e cioè il fatto che la crescita numerica non si traduce automaticamente in capacità politica. Anzi, ha reso più evidenti le contraddizioni interne di un progetto che nasce come reazione all’ordine esistente, ma fatica a proporsi come alternativa credibile.

Il problema, in realtà, sembra più strutturale che contingente. Un ordine alternativo funziona solo se poggia su valori condivisi, interessi strategici convergenti o istituzioni comuni capaci di vincolare i membri. Il BRICS, oggi, non dispone stabilmente di nessuna di queste tre condizioni. Al suo interno convivono democrazie elettorali, autoritarismi di partito, autocrazie personali e teocrazie, economie fortemente integrate nei mercati occidentali e Stati che ne sono parzialmente esclusi, potenze regionali in competizione diretta tra loro. Questa eterogeneità, può essere spacciata quanto si vuole come generatrice di pluralismo virtuoso, ma lo è soprattutto di diffidenza reciproca, la quale comporta, anche in virtù della scarsa cultura democratica dei suoi membri, il rifiuto di qualsiasi cessione di sovranità e la conseguente incapacità di costruire meccanismi decisionali vincolanti.

La Russia ha avuto un ruolo decisivo nel trasformare il BRICS da forum economico in piattaforma politica anti-occidentale. Mosca ha utilizzato il gruppo soprattutto come strumento narrativo, per dimostrare di non essere isolata e di far parte di un “mondo” contrapposto all’Occidente. Ma questa strategia ha rafforzato la retorica, non l’integrazione. Il BRICS non è mai diventato un blocco politico coeso, né un’alleanza economica profonda, né tantomeno un soggetto strategico unitario.

Quando poi la Russia ha iniziato a riaprire canali diretti con Washington, il problema è emerso in tutta la sua evidenza. Se Mosca sceglie il dialogo bilaterale con gli Stati Uniti, il collante ideologico anti-USA si indebolisce drasticamente. Il BRICS, che non è tenuto insieme da istituzioni forti ma soprattutto da una comune opposizione all’egemonia occidentale, perde una parte essenziale della sua ragion d’essere politica. Non è un caso che, in assenza di un “nemico sistemico” chiaramente identificabile, le divergenze interne tornino immediatamente in primo piano.

Questo ragionamento è esattamente il motivo per il quale i grandi sponsor dei BRICS (anche da noi), continuino a basare il confronto con il G7 o altre istituzioni occidentali su popolazione e PIL. Dire che il BRICS rappresenta una quota enorme della popolazione mondiale o una percentuale crescente del PIL globale è vero dal punto di vista statistico, ma fuorviante dal punto di vista del potere reale. La geopolitica vive di moltiplicazioni più che di addizioni e la capacità di influenza non si misura sommando teste o aggregando economie nominali. Si comprende semmai osservando chi controlla i nodi critici del sistema, come valute di riserva, infrastrutture finanziarie, standard tecnologici, filiere ad alto valore aggiunto, capacità di imporre costi e regole.

Su questo terreno, la distanza resta enorme. La dedollarizzazione, spesso evocata come prova dell’ascesa del BRICS, è per ora più una dichiarazione politica che un fatto reale. I flussi finanziari globali, le riserve ufficiali e i mercati dei capitali restano saldamente centrati sul dollaro, e nessuna valuta BRICS offre oggi le stesse garanzie di liquidità, stabilità e fiducia. Allo stesso modo, sul piano tecnologico e militare, il BRICS non funziona come sistema. I paesi membri non hanno standard comuni, non hanno mai investito in interoperabilità, non hanno catene di comando o meccanismi di coordinamento paragonabili a quelli dei paesi del G7 e dei loro alleati.

L’allargamento del gruppo, infine, non ha rafforzato il progetto, ma ne ha semmai accentuato i limiti. Molti dei nuovi membri o candidati vedono il BRICS non come uno spazio di integrazione profonda, ma come una zona di fuga dalle regole (accesso ai mercati e ai capitali senza condizionalità, visibilità internazionale senza vincoli, cooperazione senza obblighi). Ma questo è l’esatto contrario di ciò che serve per costruire un ordine alternativo stabile.

Il risultato è che il BRICS continua a esistere, ma sempre più come forum simbolico e sempre meno come progetto politico coerente. Sopravvive grazie ai numeri e alla narrazione dei suoi cantori, non grazie alle istituzioni e alle leve di potere. Il BRICS, in questo senso è un progetto sostanzialmente arenato, non perché ostacolato dall’Occidente, ma perché zavorrato e frenato dai limiti strutturali dei paesi che lo compongono. Stati che diffidano delle regole non riescono a crearne di nuove. Paesi che rifiutano vincoli comuni non costruiscono istituzioni. Nazioni che competono tra loro e che per questo non hanno alcuna possibilità di diventare un “blocco”.

In geopolitica, alla fine, il potere è determinato dalla “regia” più che dalla massa. E i BRICS, oggi, restano grandi nei grafici e fragili nelle leve che contano davvero.

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