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ll metodo Falcone

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Il metodo Falcone, ovvero come lo Stato imparò ad essere scientifico con i fenomeni complessi

La mafia, prima di Falcone, era raccontata come una tragedia greca: sangue, vendette, giuramenti, uomini d’onore. Un teatro dell’orrore che finiva quasi sempre con un colpevole minore e un mandante ignoto. Poi arrivò Giovanni Falcone e fece una cosa che in Italia dà sempre fastidio: mise ordine. E soprattutto mise i numeri.



Falcone partì da un’idea semplice, quasi banale: la mafia non è improvvisazione, è economia. Produce, investe, reinveste. Se la tratti come una banda di pistoleri, vincono loro. Se la tratti come un’azienda, puoi farle fallire il bilancio. Negli anni Ottanta muoveva miliardi di lire l’anno solo con il traffico di eroina. Secondo le stime investigative dell’epoca, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta il giro d’affari superava i 1.500 miliardi di lire annui. Una multinazionale del crimine.

Il metodo Falcone nasce così: seguire il denaro. Conti correnti, società di comodo, prestanome, banche compiacenti. Una rivoluzione culturale prima ancora che giudiziaria. Fino ad allora il processo penale italiano cercava il delitto. Falcone cercava il sistema. E quando trovò il sistema, lo portò in aula.

Il Maxi Processo di Palermo è la fotografia di questo metodo. 475 imputati, 19 ergastoli, oltre 2.600 anni di carcere inflitti in primo grado. Numeri che da soli spiegano perché si decise che Falcone doveva morire. Ma il dato più importante non è nelle condanne: è nella struttura dell’impianto accusatorio. Per la prima volta la mafia venne riconosciuta come organizzazione unitaria, con una cupola, regole interne e responsabilità gerarchiche. Non più delitti isolati, ma un’impresa criminale verticale.

C’è poi un altro numero, meno citato ma decisivo: il tempo. Falcone lavorava sulle indagini per anni. Incrociava dichiarazioni di collaboratori con riscontri oggettivi. Un pentito, da solo, non bastava mai. Servivano almeno tre prove indipendenti. In un Paese abituato alla scorciatoia, questa ostinazione per il metodo sembrava quasi sospetta.

Il pool antimafia fu un’altra anomalia tutta falconiana. Condivisione delle informazioni, fascicoli aperti a più magistrati, responsabilità diffusa. Falcone scelse la squadra. Risultato: maggiore sicurezza per i magistrati e maggiore solidità delle indagini.

Quando Falcone passò al Ministero della Giustizia, fece un altro errore imperdonabile: costruire istituzioni. La Direzione Nazionale Antimafia e la Procura Nazionale Antimafia nascono da lì. Archivi centralizzati, banche dati condivise, coordinamento investigativo., in Italia la burocrazia intelligente è sempre stata vista come una provocazione.

Falcone non credeva negli eroi. Diceva che la mafia è un fenomeno umano e, come tutti i fenomeni umani, ha un inizio e una fine. Ma quella fine non arriva da sola. Arriva se lo Stato smette di raccontarsi storie.

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