Un Paese che inaugura le Olimpiadi mentre qualcuno piazza ordigni sui suoi binari non è un Paese sotto tensione. È un Paese sotto attacco.
Sabato 7 febbraio, primo giorno delle Olimpiadi. Alle cinque del mattino, due ordigni incendiari sulla bretella ferroviaria di Bivio Navile, alle porte di Bologna. Uno esplode, distrugge i cavi dell'alta velocità. L'altro non deflagra.
A Pesaro, cabina elettrica della Bologna-Ancona incendiata.
Sulla Bologna-Padova, un terzo ordigno su uno scambio. Tre attacchi simultanei. Tre punti nevralgici. Mentre il Paese si presentava al mondo.
La Procura di Bologna valuta l'ipotesi di terrorismo. Non vandalismo, non goliardata, non "atto dimostrativo" come qualche anima bella si affretterà a derubricare. Terrorismo. Perché quando si piazzano ordigni su infrastrutture strategiche con un modus operandi che replica quello utilizzato contro i TGV francesi alla vigilia di Parigi 2024, la parola è una sola. E va pronunciata senza tremare.
Il 26 luglio 2024, poche ore prima della cerimonia di Parigi, tre linee TGV su quattro vennero paralizzate con ordigni incendiari. Ottocentomila passeggeri bloccati. Stessa tecnica: incendi dolosi in punti nevralgici, conoscenza chirurgica della rete, tempistica calibrata per massimizzare il danno mediatico. Le autorità francesi puntarono sull'ultrasinistra. Il modus operandi di Bologna è una fotocopia.
Non è un caso isolato. È un pattern europeo con epicentro italiano. I numeri Europol 2025: nel 2023, su 32 attentati terroristici di matrice anarchica nell'Unione Europea, 30 in Italia. Nel 2024, 18 su 21. Il Dipartimento di Stato americano ha classificato la Federazione Anarchica Informale come organizzazione terroristica.
L'Italia non è un bersaglio occasionale. È il santuario del terrorismo anarco-insurrezionalista europeo. Lo stesso 7 febbraio, in Turingia, tre arresti per danneggiamento della linea Erfurt-Sangerhausen. A Torino, una settimana prima, 772 controllati alla manifestazione per Askatasuna: 54 stranieri, 35 francesi. Un'internazionale che si muove attraverso l'Europa con la disinvoltura di chi sa di poter contare su una rete logistica collaudata.
Il filo rosso è evidente.
Torino, 31 gennaio: guerriglia urbana, così la definisce il giudice. Un agente del reparto mobile preso a calci, pugni e martellate. Oltre cento feriti tra le forze dell'ordine.
Bologna, 7 febbraio: ordigni sui binari. Milano, lo stesso giorno: cinquemila antagonisti in corteo. Centri sociali, collettivi pro-Palestina che chiedono la libertà per Mohammed Hannoun (accusato di finanziare Hamas), cartelli che equiparano l'Ice alle SS. Poi il copione: caschi, maschere antigas, scudi preparati da casa. Pietre, bottiglie, fuochi d'artificio sparati ad altezza uomo. Tentativo di raggiungere la tangenziale. Idranti, lacrimogeni, cariche.
Risultato: sette fermati. Sette, su cinquemila. Lo zero virgola quattordici per cento.
Perché sette? Perché le regole d'ingaggio lo impongono. Da Genova 2001 in poi, la dottrina dell'ordine pubblico si fonda su un principio non scritto ma ferreo: mai circondare, mai accerchiare, mai procedere ad arresti di massa. Solo "cariche di alleggerimento". Un eufemismo che dice tutto: non si neutralizza la minaccia, la si alleggerisce. Non si cattura il nemico, lo si spinge via.
I violenti lo sanno benissimo. Attaccano, si ritirano, buttano caschi e giacche, si sciolgono nella folla. Nessuno li inseguirà.
È come un esercito che ha l'ordine di sparare in aria: il nemico lo capisce al primo colpo. Non è incapacità operativa. È una resa codificata in dottrina. Uno Stato che manda i suoi uomini a prendere martellate in faccia e poi gli ordina di lasciar andare chi gliele ha tirate. È una prassi che deve finire, subito.
Sapevano tutto. Il Viminale monitorava da mesi. Il ministro Piantedosi aveva parlato in Parlamento di "dinamitardi, squadristi e terroristi". Seimila agenti dispiegati, droni, sorveglianza aerea. Eppure gli ordigni sono finiti sui binari il primo giorno dei Giochi. La prevenzione ha fallito.
Perché l'Italia ha un problema culturale prima ancora che operativo. La sinistra politica e intellettuale continua a trattare la galassia antagonista come un fenomeno folcloristico, una manifestazione esuberante del dissenso che qualche volta degenera.
Si minimizza. Si contestualizza. Si distingue tra violenti e pacifici come se chi lancia pietre al Corvetto e chi piazza bombe sui binari non respirassero la stessa aria, non frequentassero gli stessi spazi, non condividessero lo stesso orizzonte ideologico.
E sul piano giudiziario il risultato non cambia: la violenza collettiva viene atomizzata in singoli episodi, i reati contestati si riducono a resistenza e lancio di oggetti, l'associazione a delinquere resta un miraggio. Sempre individui isolati. Mai un'organizzazione.
Chi sfila sotto lo striscione "Know your enemy" indicando nelle istituzioni il nemico da abbattere non è un interlocutore democratico. È parte di un ecosistema che produce violenza. E la violenza, quando si esprime con ordigni incendiari su infrastrutture strategiche, ha un nome preciso. Terrorismo.
Resta una domanda. Enorme, inevitabile.
Dov'è la voce del Capo dello Stato? Venerdì sera il Presidente Mattarella era a San Siro per la cerimonia inaugurale. Sabato mattina, tre ordigni sui binari del Paese che rappresenta.
L'Italia attende una parola. Una sola. Terrorismo. Non la rituale "preoccupazione" per "episodi che turbano la convivenza civile". Non la consueta "fiducia nella magistratura e nelle forze dell'ordine". La parola che la Procura di Bologna ha già messo nero su bianco nel fascicolo d'indagine. La parola che Europol usa nei suoi rapporti. La parola che il Dipartimento di Stato americano ha usato per classificare la FAI.
La dica, Signor Presidente. Il Paese ha bisogno di sentirla dalla voce più alta delle s







