Non so se mi sarà concessa la pubblicizzazione di questa mia riflessione (ci mancherebbe ndr). Ma io ho fiducia.
Si, c’è un rischio per la democrazia. Ma non viene da uno specifico settore, destra o sinistra che sia: viene dal profondo dell’animo di un Paese che è stato aizzato dalla “questione morale”, e poi dal “siamo diversi”, e poi da Mani Pulite, e poi dall’antiberlusconismo e poi da Grillo e grillini, e poi dall’antifascismo utilitaristico. Ed oggi dalla politica di quasi tutti. Perché la morale è diventata, piano piano, arma di scontro: del valore che la sorregge vi è solo l’ombra. E si sono persi parametri e misure, come d’altronde ogni strumentalizzazione comporta.
Discutiamo molto spesso di qualcosa che è accaduto, sta accadendo, si è deciso, si sta decidendo che la più elementare delle razionalità troverebbe logico. Ma, con l’alone della moralità – per la difesa del diritto, per la difesa delle minoranze, per la difesa della diversità, per la difesa della libertà, per la difesa dell’accoglienza, per la difesa …. della difesa dell’ ”idea”– quelle stesse vicende diventano questioni sulle quali la contestazione delle avverse o solo diverse posizioni diventa accusa di offesa istituzionale e politica. Scambiata reciprocamente. Quasi che “razionale” sia sinonimo di grettezza nei valori, cinismo, inumanità.
C’è una cosa che i Partiti, tutti, mi sembra non abbiano capito. E proseguono, scioccamente, a rinfocolare animi ammantandosi di uno scudo – la morale - ormai estremamente popolare nella sua forma di massima espressione del fariseismo. E cioè che c’è un solo fattore comune a tutte queste vicende: l’unico potere che è “onesto”, dunque “morale”, e su questo presupposto sta guidando processi politici, istituzionali - e la stessa costituzione e formazione dei gruppi dirigenti - sarebbe quello giudiziario.
Siamo molto oltre il pericolo di superare la tripartizione dei poteri. L’esondazione di uno di essi è cosa purtroppo già accaduta. Lo scontro che oggi caratterizza “potere legislativo e potere giudiziario” è fraudolentemente trasmesso, descritto, raccontato al popolo come scontro tra “politica e magistratura”. Non è la stessa cosa: per come è stata costruita la coscienza popolare attraverso il ludibrio cui è stata sottoposta la politica in questi anni, quella parola “pesa”. E la si utilizza. Si tace sulla evidenza che essa è un elemento di disgregazione del patto sociale, quel patto che costituì, con tutti i suoi compromessi (si, compromessi: non è una ingiuria se viviamo da laici), il popolo italiano. Ancor prima della Costituzione: che vedo perdere il suo valore di riferimento sociale, di patto tra Stato e cittadini, e diventare un tabernacolo, solo un precetto utile ad essere stiracchiato da tutte le fedi a proprio tornaconto.
Non accetterei mai uno Stato teocratico. Non accetterò mai uno Stato magistocratico. In entrambi i casi la casta è vera casta. I suoi "apostoli" non sono eletti: e dunque sono intoccabili perché neanche il piccolo potere che hanno i cittadini, per i Partiti, nel non sceglierli per essi non c’è.
I magistrati: è la casta a integrare nel suo seno persone che vengono giudicate idonee; è la casta a decidere chi e dove si fa carriera ma rispondendo alla casta stessa delle decisioni prese nel lavoro; è la casta a decidere se una irregolarità c’è o meno, e se e come punirla. I cittadini? Zitti e mosca. Facciamo un paragone con le “chiese”, specie quelle che governano, e vediamo i punti di contatto che ci sono tra teocrazia e magistrocrazia.
Questo esempio ha già permeato, intossicandola, la vita democratica dei partiti. Gruppi dirigenti costituitisi a casta, strutturati gerarchicamente, burocratizzati nelle funzioni. Peones e capi. Ricorso a cooptazioni. Marginalità del peso del voto elettivo.
Manca solo che diventino davvero casta e che siano soggetti ad una casta ancor più potente. Magari appoggiandosi e ammiccando ad un’altra casta che tende a formarsi: quella del quarto potere. E’ già successo almeno una volta. Ancora piangiamo le conseguenze. E questo diventa un’altra arma nelle mani di chi guida questo scontro.
Così il gioco è fatto: vessilli al vento e democrazia nella tomba.







