di Giuseppe Gagliano *
La Turchia torna indispensabile: l’Europa riscopre Ankara nel nuovo equilibrio del Mar Nero
Per anni Bruxelles ha guardato ad Ankara come a un vicino scomodo: Stato candidato ma lontano dagli standard europei su diritto e libertà politiche, interlocutore indispensabile ma politicamente ingombrante. La prospettiva di una tregua o di un assetto postbellico in Ucraina sta però cambiando la gerarchia delle priorità. Nel Mar Nero, la Turchia non è un attore tra i tanti: controlla gli stretti, dispone della seconda forza armata dell’Alleanza Atlantica e ha già dimostrato di poter mediare su dossier sensibili come i corridoi del grano. In una fase in cui l’Europa teme di restare spettatrice dei negoziati tra Washington, Mosca e Kiev, Ankara diventa una leva per rientrare nel gioco.
La visita della commissaria europea all’allargamento e la ripresa di finanziamenti della Banca europea per gli investimenti su progetti energetici segnano un riavvicinamento prudente. Non è un ritorno romantico alla stagione dell’adesione turca, ma un calcolo di interessi: stabilità del Mar Nero, sicurezza energetica, vie commerciali verso Caucaso e Asia centrale.
Se la guerra rallenta, la questione diventa chi garantisce gli equilibri regionali. La disponibilità turca a contribuire a eventuali forze di interposizione in Ucraina offre ad Ankara un ruolo di garante regionale. Per l’Unione Europea, che non ha una presenza militare autonoma paragonabile, appoggiarsi alla Turchia significa esternalizzare una parte della sicurezza ma restare politicamente agganciata al dossier.
Sul piano militare, la posizione turca sugli stretti resta decisiva: regolare il passaggio delle unità navali militari influenza direttamente il rapporto di forze tra Russia e Nato nel Mar Nero. Questo potere di regolazione rende Ankara un arbitro geografico prima ancora che politico.
Il riavvicinamento non è solo sicurezza. L’Europa guarda alla Turchia come nodo di collegamento tra mercati: trasporti, energia, reti digitali lungo il corridoio che unisce Asia centrale, Caucaso e Mar Nero. Investire su queste direttrici significa ridurre dipendenze da rotte instabili e rafforzare catene logistiche alternative.
Ankara però chiede altro: l’aggiornamento dell’unione doganale. L’attuale sistema la obbliga ad aprire il proprio mercato a Paesi con cui l’UE firma accordi commerciali, senza ottenere vantaggi equivalenti. I nuovi accordi europei con India e Paesi sudamericani accentuano questa asimmetria. Per l’economia turca è un costo competitivo; per l’Europa è uno strumento di pressione politica. Qui emerge il vero negoziato: commercio in cambio di cooperazione strategica.
Ogni disgelo passa però da ostacoli noti. Grecia e Cipro frenano qualsiasi avanzamento senza segnali turchi sul contenzioso cipriota. La questione dei porti chiusi alle navi cipriote resta simbolica ma politicamente esplosiva. Senza un compromesso su questo punto, qualunque salto di qualità nei rapporti UE-Turchia resta limitato.
Bruxelles parla di fiducia, stato di diritto, società civile. Ankara parla di interessi reciproci e parità commerciale. Due linguaggi diversi che cercano una convergenza pragmatica.
In parallelo, Parigi prova a riaprire un filo diretto con Mosca. L’invio di un consigliere diplomatico a Mosca indica la volontà francese di non lasciare il monopolio del dialogo a Washington. La risposta russa, sprezzante nei toni, non chiude però la porta: segnala piuttosto scetticismo sul peso europeo. Mosca ascolta, ma misura gli interlocutori sulla capacità di incidere.
Dal punto di vista geopolitico, la mossa francese riflette un timore diffuso: se la pace fosse negoziata soprattutto tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, l’Europa rischierebbe di subirne gli effetti senza averne plasmato i termini.
L’Europa sta adattando il proprio realismo. Dopo anni di distanza politica dalla Turchia, scopre che la geografia conta più delle simpatie. Ankara, dal canto suo, sfrutta la finestra per ottenere riconoscimento e vantaggi economici. È uno scambio classico di potenza regionale: cooperazione selettiva, nessuna concessione gratuita.
Se il conflitto ucraino si avvia a una fase negoziale, il Mar Nero diventerà uno spazio di equilibrio delicato. In quello spazio la Turchia è destinata a pesare più di molti Stati membri dell’Unione. Per Bruxelles la scelta non è tra fidarsi o meno di Ankara, ma tra coinvolgerla o restarne condizionata.
La guerra ha accelerato la storia anche nei rapporti euro-turchi. L’Unione Europea riscopre la Turchia come perno strategico; la Turchia riscopre il valore della sua posizione negoziale. Quanto alla Russia, resta pronta a parlare ma solo con chi ritiene capace di portare risultati concreti. In questo triangolo, la diplomazia europea cerca spazio. Ma, come spesso accade, la forza dei dossier economici e militari pesa più delle dichiarazioni di principio.
* in collaborazione multimediale con Notizie Geopolitiche







