La geografia che non perdona, le isole Curili come perno del Pacifico settentrionale
Tra Hokkaidō e la Kamčatka si distende l’arco delle isole Curili, una collana vulcanica che separa il Pacifico aperto dal Mare di Ochotsk e che, più che dividere due spazi marittimi, li gerarchizza. Chi controlla queste isole non esercita un semplice diritto territoriale, decide chi entra e chi esce, chi osserva e chi viene osservato, chi può muoversi indisturbato e chi è costretto a mostrarsi.
Per la Russia, le Curili non sono un residuo irrisolto della Seconda guerra mondiale, né una questione simbolica da archiviare con un compromesso diplomatico. Sono 56 isole che rappresentano la porta blindata del suo spazio marittimo orientale, il dispositivo che rende il Mare di Ochotsk uno dei pochi bacini percepiti da Mosca come quasi interni, protetti, sottratti allo sguardo diretto delle potenze rivali. In queste acque transitano asset strategici essenziali, inclusi i sottomarini nucleari incaricati della deterrenza, e senza il controllo dell’arco curiliano l’intero equilibrio della postura russa in Asia si esporrebbe a una vulnerabilità strutturale.
Per il Giappone, quelle stesse isole hanno un significato speculare e opposto. Sono territorio nazionale sottratto, ma soprattutto una ferita strategica mai rimarginata, un’interruzione che impedisce a Tokyo di avere pieno respiro nel Pacifico settentrionale e che ricorda costantemente come la sovranità marittima giapponese si arresti proprio nel punto in cui la geografia diventa più sensibile. Nonostante questa controversia c’è un fattore che ha cambiato tutto, la guerra in Ucraina.
Per decenni, il Giappone ha mantenuto nei confronti della Russia una linea attentamente ambigua, fatta di dialogo economico, cooperazione energetica e di un silenzio strategico calibrato sulla questione delle Curili. Era una posizione prudente, costruita sull’idea che il tempo e l’interdipendenza potessero, se non risolvere, almeno sterilizzare il conflitto territoriale.
L’invasione dell’Ucraina ha spezzato questa ambiguità. Tokyo ha scelto di campo, aderendo al regime sanzionatorio occidentale, riallineandosi in modo esplicito agli Stati Uniti e al G7 e recuperando un linguaggio di deterrenza che per anni era rimasto sullo sfondo della sua politica estera. Questa decisione, presentata come difesa dell’ordine internazionale, è stata interpretata da Mosca come un tradimento politico, come la perdita di uno degli ultimi interlocutori asiatici non apertamente ostili e come la prova definitiva che il Giappone si fosse ormai trasformato in un avamposto strategico statunitense nel Pacifico.
Da quel momento, la dinamica cambia di segno. Le esercitazioni militari russe nelle Curili aumentano, il linguaggio si fa più duro, lo spazio per il compromesso si restringe fino quasi a scomparire. Non si tratta di un’escalation improvvisata o emotiva, ma di una reazione sistemica: la risposta di una potenza che rilegge il proprio perimetro di sicurezza alla luce di un conflitto globale che non considera più confinato all’Europa.
La Russia non teme il Giappone in quanto tale, teme ciò che potrebbe arrivare dopo. Teme la trasformazione di una disputa bilaterale in un problema strutturale di sicurezza strategica. Se anche una sola delle Curili passasse sotto sovranità giapponese, nella lettura di Mosca, non resterebbe a lungo uno spazio neutro. Potrebbe ospitare sistemi radar avanzati, infrastrutture antimissile, dispositivi di sorveglianza e proiezione che, pur formalmente giapponesi, si inserirebbero di fatto nell’architettura strategica statunitense. Per la Russia sarebbe l’equivalente orientale di ciò che l’Ucraina ha rappresentato sul fronte europeo, una potenza percepita come ostile affacciata direttamente sulla soglia di uno spazio vitale. Il Giappone,non ha più la libertà di negoziare come in passato. La sua sicurezza è intrecciata in modo profondo a quella di Washington, e la crescente pressione cinese nel Pacifico lo spinge a evitare qualsiasi segnale che possa essere interpretato come debolezza, soprattutto sul fronte settentrionale. In questo modo, le Curili cessano definitivamente di essere un contenzioso tra due Stati e diventano il punto di intersezione di tre potenze, ciascuna portatrice di una propria logica strategica. Non siamo di fronte a un conflitto imminente, né a un’escalation destinata a esplodere nel breve periodo. La tensione più sottile e duratura, fatta di militarizzazione silenziosa, esercitazioni dimostrative, retorica simbolica e congelamento quasi totale del dialogo politico. È la dinamica tipica delle frontiere insulari strategiche, che raramente esplodono ma che, proprio per questo, esercitano una pressione continua e logorante. Il mare, in questo caso, non separa costringe alla prossimità. Impone alle due potenze di convivere nello stesso spazio di visibilità e di rischio. Ed è proprio questa vicinanza forzata a rendere il confronto permanente, sottraendolo alla logica della contingenza.
Russia e Giappone non sono lontani, basta aprire un atlante e vedere che sono prigionieri della stessa geografia. Le isole non sono memoria storica, né simbolo, ma infrastruttura di potere. Nessuno dei due può cedere senza intaccare la propria deterrenza e il proprio status. Il vero spettro che incombe non è solo Tokyo o Mosca, ma Washington sullo sfondo, come fattore strutturante del confronto.
Questo non è un conflitto destinato a chiudersi. È un conflitto destinato a durare, perché nasce non da una crisi contingente, ma da una sovrapposizione di geografia, sicurezza e ordine internazionale. Qui la distanza psicologica tra le due potenze scompare del tutto non sono lontane, sono confinanti, e proprio per questo non possono smettere di guardarsi.







