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CULTURA

La giustizia sociale al tempo di Palantir

La giustizia sociale al tempo di Palantir

Qualche giorno fa Elena Tempestini ha scritto di Palantir, sostenendo che il vero dominio non passa più dalla forza ma dalla visione. Vorrei dire che da sempre, la capacità di visione, di fucinare idee, fa la differenza, unica vera forza dell’uomo, indenne oltre lo spazio-tempo. Mio Padre, Giorgio Mario, sosteneva che “ l’idea, ogni volta nuova entità, è capace di durare in una propria perennità... quasi l’indizio di un fondamento, di eternale nella  natura del nostro essere...” (“Pipiciot” – Edizioni Del Noce 2007).

Elena Tempestini evidenzia altresì  un elemento che ha calamitato la mia attenzione: chi è in grado di controllare la visione (altrui) non ha (più) bisogno di governare apertamente essendo sufficiente rendere leggibile il mondo secondo un proprio schema. Sull’onda del brillante ragionamento, segue questa mia umile discettazione. A onor di cronaca ad aprire le riflessioni sulla software house americana, a suo tempo è stato il nostro Direttore, Silvano Danesi, acuto osservatore della contemporaneità. Va segnalato il quasi contro canto di un’altra bella penna del Nuovo Giornale Nazionale, Paolo Falconio, che rileva come le democrazie costituzionali, nell’era del capitalismo tecnologico, subiscano una profonda trasformazione senza necessità di colpi di mano o colpi di stato ma silenziosamente. La democrazia, dunque, sopravviverebbe solo formalmente con le sue istituzioni, intese più come un rito (il voto popolare e la divisione dei poteri)  “mentre i reali centri decisionali si spostano verso apparati securitari, dispositivi tecnocratici, oligarchie tecnologiche sottratte alla responsabilità politica che, aggiungo io, ne diviene complice, fruitore e esecutrice.
E del resto la Democrazia non è mai stata un monolite trasformandosi nel tempo come fenomeno in continuo divenire, adattandosi costantemente ai cambiamenti economici, sociali e tecnologici.
A questo punto, lasciandomi condurre dalla mia tradizione politica libertaria, quale certo indegna erede immaginifica del pensiero politico filosofico di Mario Bergamo, e per quell’amore in me consustanziale  di quel “verità ‘vo cercando ch’è si cara” (Dante Purgatorio I, 71) non meno che per l’amore dell’arte in senso stretto e quindi della politica che è ad un tempo scienza e arte, mi preme soffermarmi a mia volta su Palantir, con un approccio diverso, partendo dal Manifesto Futurista, mediandolo con le bussole di orientamento in mio possesso e che radicano nel Repubblicanesimo Sociale Bergamino utile ancor oggi per districarsi nei vortici scomposti della contemporaneità e difendersi dall’infingardia quand’anche tecnologica. Mario Bergamo, che certo non temeva né progresso né avanguardie, essendo lui stesso ad un tempo figlio della Tradizione ma un rompi-schemi ( mi perdonerà il mio illustre Nonno per l’irriverenza),  partiva da un assunto filosofico irrinunciabile: “non aggiungere al natural dolore” secondo la visione fucinata nella sua “fonderia” – termine e concetto che a breve richiamerò-  che la Giustizia Sociale è Madre della Libertà e che la buona politica deve informarsi a quel principio oltre che al Laicismo Integrale – la smettesse l’uomo una buona volta di scannarsi con l’alibi di farlo nel nome di Dio, offendendolo(!),  per ottenere una società corale in cui si realizzasse la Concordia che è cosa per gente in buona fede ( L’Ombrellone, Saturnia o l’Elogio della Discordia, Casa Editrice Respublica 1932) .
A me quindi non basta radiografare un fenomeno: mi preme interpretarlo, comprenderne l’utilità e/o l’inganno che reca con sé e immaginare gli eventuali correttori che l’uomo, controllore di ultima istanza e per necessità, possa sempre espletare, anche eventualmente sapendo staccare, ove servisse, questa o quella spina.
Il Manifesto Futurista, splendido il recente libro di Giordano Bruno Guerri, “Audacia, Ribellione, Velocità” precorre immortalizzandosi, ogni tempo propugnando l’Avanguardismo, suggello del Futurismo applicabile a ogni aspetto della vita. Credo che la principale cosa di cui oggi abbiamo bisogno sia “Avanguardia Politica”.
Il Manifesto esordisce così “Abbiate fiducia nel progresso che ha sempre ragione, anche quando ha torto, perché è il movimento, la vita, la lotta, la speranza. E guardatevi dall’intentare dei processi al Progresso. Sia pure impostore, perfido, assassino, ladro incendiario, il Progresso ha sempre ragione”. In poche parole il progresso rimodula la società che a sua volta fa tesoro anche dei pericoli, eccessi e distonie trasformando un ladro incendiario in opportunità per l’umanità. L’esempio della bomba atomica calza a pennello perché l’energia nucleare è scoperta scientifica, trasformatasi in applicazione tecnologica benevola nel campo energetico, malevola come sperimentarono i Giapponesi di Hiroshima e Naghasaki . L’indole dell’uomo fa la differenza, oggi dirimente nel campo dell’IA e dei suoi Bias.
I fondatori di Palantir Technologies Inc., non hanno celato la loro ispirazione anche esoterica, in continuità con ogni fenomeno, sia esso buono o cattivo, degno di questo nome, che abbia inciso sulla storia dell’uomo.  La società americana, fondata nel 2003 a Palo Alto, California, da Peter Thiel, Alex Karp, Joe Lonsdale e Stephen Cohen, si richiama al romanzo fantasy di Tolkien, Il Signore degli Anelli, dove i Palantir sono pietre magiche che permettono di vedere lontano, in questo caso attraverso l’analisi, l’integrazione e visualizzazione di big data con strumenti che aiutano nel prendere decisioni strategiche a organizzazioni complesse come governi o grandi aziende, aggregando dati che promanano da diverse fonti. Le principali piattaforme di Palantir sono Gotham, Foundry e Apollo e anche in questo caso i nomi non sono stati scelti a caso.

Gotham è la città immaginaria di Batman, piattaforma progettata per rispondere alle necessità di Intelligence, Difesa e delle Forze dell’Ordine, ideale per le missioni di Sicurezza Nazionale, Antiterrorismo e indagini complesse.
Foundry è nome che evoca il potere trasformativo e alchemico. Il termine inglese designa la fonderia o fucina dove l’uomo fabbro è capace di trasformare la pietra grezza o dove i metalli vengono fusi, trasformati e modellati al fine di creare qualcosa di nuovo, unico e potente.
Come nella Terra di Mezzo del Signore degli Anelli, il continente centrale del mondo immaginario di Arda, anche in Foundry gli artefatti vengono forgiati per ottenere potenti strumenti decisionali a partire dai big data. I dati però arrivano caotici, “sporchi”, frammentati e il “fabbro” li raffina, li aggrega e li rende strutturati. Nella Foundry perciò si crea valore e la piattaforma è infatti rivolta al commercio e all’ industria, permettendo di migliorare settori strategici come energia,  finanza e persino sanità, riuscendo a unificare un’inimmaginabile mole di dati, ottimizzare i processi produttivi, gestire le catene di fornitura e approvvigionamento, prevedere problemi e loro soluzione e molto altro ancora.
Foundry in breve è una officina, fucina  di ingegneri, analisti e decision-maker, dove se è richiesta grande competenza viene attribuita una enorme facoltà di controllo e potere creativo: è il luogo dove i dati prendono forma e diventano operativi.
Apollo è nome  carico di significati perché richiama alla mente il Dio greco che simboleggia l’ordine, la purezza, la razionalità, la conoscenza, l’armonia e la capacità di previsione, come l’oracolo, ma non di meno ci rammenta che quello stesso Dio rappresenta la distanza e il potere di infliggere morte e malattia con le sue frecce avvelenate, simboleggiando quindi la complessità del rapporto tra gli dei e gli uomini, tra il mondo degli dei e il destino umano. Epperò Apollo è il nome anche del famoso programma spaziale della NASA nato per gestire, con la massima precisione, sistemi complessi, capace di funzionare in ambienti ostili, militari o air-gapped, formidabile nelle  “critical-mission”. Il messaggio è chiaro: se Apollo ha funzionato per portare l’uomo sulla Luna, quello di Palantir è affidabile nella stessa misura grazie a una ingegneria rigorosa che si accompagna a un controllo centrale intelligente che non tollera il caos, proprio come il Dio Apollo, secondo l’aforisma che “i sistemi complessi non si lasciano evolvere da soli. Si governano”.
Sono clienti di Palantir anche agenzie come CIA, FBI, accennavo poco sopra ai governi e alle stesse aziende sanitarie pubbliche e private o le compagnie energetiche, le industrie di automotive, la Finanza etc ...
Palantir , giusto per venire alle polemiche degli ultimi giorni, ha uno storico contratto anche con ICE, venuta alla ribalta per i fatti di Minneapolis ma è di supporto a molte altre importanti realtà.
La Company di Palo Alto si trova spesso al centro di serrati dibattiti etici perché gestisce una incredibile mole di big data da renderla essenziale, unica titolare peraltro di contratti sensibili governativi in tema di sicurezza e salute con possibili ripercussioni su temi come privacy e rischio di trasformazione delle nostre società in società della sorveglianza.
L’altro giorno in chat tra Amici, alcuni osservatori sottolineavano come buona parte del linguaggio della politica, risulti inadeguato, nostalgicamente ancorato a temi, ideologie e ideologismi del ‘900, e, nel vuoto della politica anche a fini di “linciaggio”, resti incapace di rispondere alle trasformazioni sociali in atto al tempo di Palantir. In buona parte mi sono trovata d’accordo pur tuttavia rammentando che la giustizia sociale, che andava predicando mio Nonno, non diversamente dal Nazzareno artefice della divisione dei pani e dei pesci, resta un postulato irrinunciabile, senza tempo, quindi immortale, anche se il mondo è nelle mani di chi governa i big data.
La visione politica di Mario Bergamo, veggente o meglio nel suo caso il termine corretto è visionario, che non aveva certo tempo, dati gli eventi in corso - dittatura persecuzione e guerra -  di trastullarsi con le “pietre” di Tolkien, ancorché entrambi “ragazzi” del 1892, partiva dall’idea filosofica che la politica ha senso se e in quanto si preoccupi di migliorare le condizioni di vita dell’uomo, cancellando le ingiustizie che acuiscono il dolore che esiste per stato di natura nell’uomo. Resto convinta che questo sia irrinunciabile ancorché non corrisponda al  “core business “ di Palantir nonostante le aspirazioni mitologico-esoteriche.
Mario Draghi, e così veniamo allo “star del credere”, che mutuo dal linguaggio giuridico traslandolo e astraendolo, personalità insigne ma non scevra di grandi responsabilità nella crisi che tutto ammanta e corrode, ha accennato al continuo trend di crescita delle disuguaglianze, nel suo recente discorso all’Università di Leuven dove veniva insignito di una nuova laurea honoris causa. Draghi ha lanciato l’allarme che l’ordine mondiale sin qui conosciuto è oramai defunto e il mondo che per decenni ha garantito la nostra sicurezza e prosperità non esiste più. Draghi è anche l’autore della relazione sulla competitività per la Ue- un canto del cigno morente- perché mi chiedo come si possa parlare seriamente di competitività mentre si è scelto di azzerare ogni potenziale energetico e quindi  industriale delle nazioni europee, appoggiando gli ideologismi di una affrettata transizione ecologica figlia dell’avidità finanziaria e il miope posizionamento geopolitico delle stesse nazioni europee dopo l’escalation del conflitto Russo Ucraino, culminato nell’Operazione Speciale del 24 febbraio 2022 e successivo sabotaggio del Nord Stream 2.  
Epperò, siccome è giusto che ognuno abbia le proprie bussole d’orienteering , chi Tolkien, chi la Finanza, chi la Filosofia o meglio ancora la Filosofia della Politica ecco che continuo a pensarla  come Aristotele per cui l’uomo è per natura, prima ancora che un dato aggregabile, un “animale Politico” (ζῷον πoλιτικόν) socievole e comunitario, non fatto per vivere isolato o farsi isolare da furbi narratori, mentre lo Stato è l’evoluzione naturale dell’aggregazione umana, prima ancora che dei dati, dove il Logos (parola, pensiero e ragione) ha permesso la comunicazione ergo il dominio dell’uomo sugli altri animali fermo restando che la Politica è arte e ad un tempo scienza che dovrebbe permettere di raggiungere la virtù e la felicità (εὐδαιμονία) non diversamente da ciò che avocava a sé l’America facendo valere la propria indipendenza dalla madre patria inglese .
Oggi, sotto l’imperio di chi governa i dati, l’umanità non è più felice, gli uomini paiono condizionati, plagiati, superficializzati, tecnologicamente ammaestrati e smarriti. Gli Stati i Governi, le più importanti Agenzie e aziende sono i clienti dei fabbri di Palantir in un’epoca di atomizzazione della società dove l’uomo appare più aggressivo e insoddisfatto e si pone un problema di libertà, tenuta civile e sociale, tanto che la Company di Palo Alto diventa il punto di riferimento controllando la visione di chi controlla il potere, perché il potere calcola e costruisce e modella la realtà secondo propri schemi e business. Nello schema da narrare appaiono essenziali ipotizzare e concretizzare società sempre più in istato di allerta su cui espletare sempre più controllo con le proprie piattaforme.
Da più parti Palantir , nonostante il grande ausilio, è quindi stata criticata per mancanza di trasparenza che in democrazia è elemento fondamentale.
Palantir non è solo una software company ma un moltiplicatore di potere decisionale. Chi è in grado di moltiplicare il potere dovrebbe rispondere a una domanda fondamentale e cioè in favore e per chi operi davvero.
Per esempio se Palantir è oramai parte dell’arsenale strategico dell’Occidente, in grado cioè di “vedere” sistemi complessi come i flussi migratori, i campi di battaglia, le reti terroristiche, le catene logistiche militari ed in Ucraina, ad esempio, utile nella fusione di dati satellitari, nel targeting e nell’aiuto predittivo del movimento del nemico, mi pare curioso che non possa diventare anche lo strumento attraverso il quale costruire un mondo capace di  porre rimedio “al natural dolore”
fucinando, in fonderia, l’incrocio di dati per costruire grafici relazionali tra le persone, rendendo possibili quelle correlazioni prima impraticabili, tenendo presente che la tecnologia non è mai neutra: o rafforza la democrazia e la libertà o rafforza chi vi rema contro.
E infatti Palantir può normalizzare il controllo di massa tanto quanto ergersi a infrastruttura di sorveglianza come un “panopticon
” che evoca il carcere ideale concepito da Jeremy Bentham nel 1791, con un unico occhio che tutto controlla e da cui diventa impossibile smarcarsi e entro il quale neppure si suppone di appartenervi. E siccome le piattaforme paiono funzionare molto bene questo potrebbe essere anche più inquietante se da mezzo per un controllo e incremento della “quiete”, diventasse un rischio per la giustizia sociale esacerbando le disuguaglianze. Mi spiego meglio. Palantir, che lavora su dati storici potrebbe amplificare le disuguaglianze esistenti perché i dati raccolti riflettono bias razziali, di classe e discriminatori anche a livello istituzionale pregresso. Un esempio paratico: un quartiere che storicamente sia stato il più sorvegliato in passato o se una minoranza è storicamente tra quelle più rissose e arrestate, il sistema, nel tentare una “ottimizzazione” sulla base di questi dati, rischia di rafforzare i problemi secondo una visione di controllo e repressiva anziché porre rimedio agli squilibri sociali esistenti.
Un altro esempio è l’assimetria di potere: Palantir rende più efficiente lo Stato ma non rafforza automaticamente i cittadini: lo Stato “vede” meglio, il singolo è più trasparente, il potere diventa sempre più centralizzato ma chi vive in posizione fragile, sia esso un immigrato, oppure un povero, o un marginalizzato, si trova più esposto anzichè più protetto dai sistemi made in Palantir che sono complessi, spesso coperti da segreti industriali o di Sato, difficili da “contestare” legalmente. Se un algoritmo contribuisce a una decisione che ti danneggia come ci si difende se non puoi vedere né capire il processo. Questo è un problema serio.
E’ vero che le decisioni in Palantir sono “human-in-the-top” ma il vero problema è quando si delega troppo all’IA, per incertezza o insipienza quando non negligenza al fine di spogliarsi di ogni responsabilità con lo scudo: “ce lo suggerisce il software
”, cosa succede se non ti accorgi, da decisore politico, che ne frattempo il software usa anche te come dato aggregabile per offrirti la sua lettura della realtà, trasformandoti in marionetta ?
Palantir è un acceleratore di potere. La Giustizia Sociale dipende da chi controlla quel potere. In uno Stato con tribunali indipendenti, media liberi, controlli democratici il rischio c’è ma può ancora essere gestibile. In uno Stato che mirasse all’autoritarismo o mantenesse delle istituzioni solo formalmente democratiche, Palantir diventa pericolosissimo e questo non perché ne cambi la natura ma perché capace di rimuovere i limiti pratici al suo potere. In sintesi Palantir non è neutrale: può rafforzare ingiustizie esistenti, è rischiosa se usata senza forti garanzie democratiche pur non essendo lui la causa delle disuguaglianze, frutto di scelte politiche criticabili poiché dirette non verso fini socialmente giusti. Allora al potere di Palantir serve contrapporre strumenti di controllo, trasparenza e un contropotere. Un esempio pratico: se un quartiere è più povero e vi è più delinquenza, Palantir suggerisce, in base ai dati raccolti, più pattugliamenti, maggior controlli, più arresti, decisioni politiche più rigide che possono produrre abusi mentre basterebbe ricordarsi di un visionario come Mazzini che, nel lottare contro la disinformazione politica,  auspicava  più educazione, più istruzione e crescita personale in una società dedita all’associazionismo che si preoccupasse della socializzazione e non dell’atomizzazione del contesto sociale e tessuto civile, trainando il più possibile tutti, offrendo a ciascuno le migliori possibilità di crescita individuale e quindi sociale. Credo che le pietre veggenti di Mazzini o di Mario Bergamo, siano il miglior antidoto a quella guerra culturale in atto in cui paradossalmente mentre la politica avoca il desiderio di un ritorno all’identità, alla cultura, alla difesa della propria tradizione delega all’algoritmo delle oligarchie tecnologiche transnazionali sempre più potere decisionale al punto che finiscono per essere loro a plasmare la nostra quotidianità, operando al di fuori di limiti e confini territoriali e fuori dai circuiti della sovranità democratica imponendo una “sovranità tecnologica”. Allora, se i Futuristi dicono che “il progresso ha ragione anche quando ha torto
”, l’uomo che è per natura politico, in barba al software e alle pietre veggenti, deve mediare.
Se la tecnologia di potere oramai esiste e si rafforzerà, sta al buon politico ricordarsi di Aristotele e rimanere integrato alla propria cultura democratica come primo dato aggregatore, tenendo presente che l’unica rivoluzione vera è quella che si edifica sulle individualità che si esaltano accomunandosi secondo giustizia e non imbastita sul disordine degli individualismi e di avide aspettative di dominio planetario.

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