Tra meno di 6 settimane saremo chiamati a decidere su una riforma che incide sull'equilibrio tra i poteri dello Stato.
Io voterò SÌ, con convinzione per 4 motivi.
IL CASO PALAMARA
La vicenda di Luca Palamara ha rivelato al Paese un sistema di correnti che influisce sulle nomine e sulle carriere all'interno della magistratura. Non è solo un'opinione: è un fatto emerso da intercettazioni, atti disciplinari e dalla sua radiazione deliberata dal CSM. Sebbene qualcosa sia cambiato formalmente da allora, resta irrisolto il nodo cruciale: quanto pesa l'appartenenza a una corrente nelle dinamiche interne della magistratura?
Il cosiddetto "sistema Palamara" non riguarda solo un singolo individuo. Dalle chat e dagli incontri emersi nel 2019 si delineava una rete di relazioni tra consiglieri del CSM, esponenti correntizi e rappresentanti politici, finalizzata a orientare le nomine di procuratori e incarichi direttivi. La gravità delle accuse e degli illeciti accertati ha generato una profonda crisi di fiducia. Tuttavia, al di là di interventi parziali, non si è assistito a un riassetto strutturale capace di prevenire il ripetersi di tali dinamiche. Il rischio di replicabilità rimane.
COME LA RIFORMA DISARTICOLA LE CORRENTI
La riforma su cui voteremo prevede la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, con la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura: uno per la funzione giudicante, uno per quella requirente. Questa distinzione organizzativa spezza il meccanismo che oggi alimenta il sistema correntizio: l'esistenza di un unico organo di autogoverno in cui le correnti negoziano contemporaneamente nomine giudicanti e requirenti, intrecciando logiche di scambio e equilibri di potere trasversali.
Con due CSM separati, ogni corrente dovrà scegliere in quale ambito radicarsi e svilupparsi. Non potrà più contrattare pacchetti di nomine che comprendono sia procure che tribunali, rendendo più difficile quella logica di lottizzazione emersa dal caso Palamara. Inoltre, la riforma introduce il sorteggio per i membri laici dei CSM, riducendo l'influenza politica diretta sulle nomine. Infine, pur mantenendo la possibilità di un unico passaggio di carriera tra funzioni (con modalità da definire per legge), la riforma stabilisce che giudici e PM seguano percorsi formativi e professionali distinti fin dall'inizio, riducendo quella promiscuità di ruoli che oggi favorisce alleanze correntizi trasversali.
RADICI STORICHE DI UN NODO IRRISOLTO
Un dato spesso dimenticato è che l'attuale unificazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri ha radici nel sistema voluto dal codice Rocco che nel '32 costruì un modello di magistratura unitaria funzionale al controllo del regime: il pubblico ministero, vincolato gerarchicamente al Ministro della Giustizia, agiva come braccio dell'esecutivo, mentre il giudice, formalmente indipendente ma inserito nella stessa carriera, risultava di fatto condizionabile. Questa impostazione trovò piena attuazione con la riforma dell'ordinamento giudiziario del 1941, voluta da Dino Grandi, che consolidò l'unità delle funzioni in un contesto chiaramente autoritario. E' qui che prende il via l'unificazione delle carriere in Italia.
Il modello processuale di quegli anni era di stampo inquisitorio: il pubblico ministero dirigeva le indagini con ampi poteri, il giudice istruttore raccoglieva le prove, e la distinzione tra chi accusa e chi giudica risultava sfumata. Quel sistema rimase in vigore fino al 1989, quando la riforma promossa da Giuliano Vassalli introdusse un nuovo codice di procedura penale di stampo accusatorio, con un processo fondato sul contraddittorio tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. Vassalli, padre costituente e giurista di spicco, riformò profondamente il processo. Tuttavia, rimase incompiuto il capitolo della separazione delle carriere, per il quale occorreva una riforma Costituzionale. Si preferì procedere senza impegnarsi in un processo di Riforma lungo e incerto per le resistenze anche allora molto vive nella magistratura. Giuliano Vassalli nutriva grandi speranze per la successiva attuazione del suo disegno che con la separazione delle carriere rendeva coerente il sistema accusatorio con l'assetto organizzativo della magistratura.
IL COMPLETAMENTO DELLA RIFORMA VASSALLI
La Costituzione afferma che la magistratura è autonoma e indipendente, un principio cardine. Tuttavia, l'indipendenza esterna non è sufficiente se all'interno persistono meccanismi che intrecciano le funzioni requirenti e giudicanti lungo un'unica traiettoria professionale. Rafforzare la distinzione tra chi accusa e chi giudica significa rendere più coerente il modello accusatorio introdotto nel 1989 e consolidare la terzietà del giudice.
Non si tratta di indebolire la magistratura, ma di completare un percorso riformatore avviato oltre trent'anni fa. La separazione delle carriere, accompagnata dalla duplicazione del CSM e dall'introduzione del sorteggio per i membri laici, non è un attacco all'autonomia della magistratura: è un rafforzamento della sua credibilità e della sua funzionalità in un sistema pienamente liberale e accusatorio.
Voterò SÌ perché credo in una giustizia più trasparente, responsabile e coerente. Con il mio voto, contribuirò a rendere possibile ciò che è rimasto incompiuto.







