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OPINIONI

Un anziano, non può aver paura di uscire di casa

Un anziano, non può aver paura di uscire di casa

Un anziano, dopo aver lavorato una vita non può aver paura ad uscire di casa

La sicurezza è il primo mattone del patto sociale. Senza sicurezza non c’è fiducia, senza fiducia non c’è comunità. Un Paese che non tutela i suoi anziani non sta solo fallendo una politica pubblica, sta recidendo il filo della propria memoria. Gli anziani non sono una categoria da assistere ma un archivio vivente di esperienze, regole non scritte, senso del limite.
La testimonianza è pubblicata in forma anonima ai sensi dell’art. 2 della Legge 69/1963 e della Carta dei doveri del giornalista, a tutela della persona e della libertà di informazione.



Lettera di un uomo qualunque

Ho settantacinque anni.
E scrivo con una cautela che mi fa quasi vergognare. Non firmo, non perché non abbia un nome, ma perché oggi il nome è un bersaglio. E alla mia età i bersagli li evito: non per vigliaccheria, ma per istinto di sopravvivenza.

Ho paura a dichiararmi. Ma ho paura anche solo a girare per la mia città.

Primo episodio. Autobus, linea di quartiere. Orario di punta, io con il bastone e la tessera in mano. Salgono in quattro: musica sparata dal telefono, piedi sui sedili, una risata che non è allegria ma sfida. Una signora chiede gentilmente di abbassare il volume. Le rispondono con una parolaccia e uno le mima un calcio. L’autista guarda avanti. Io guardo fuori dal finestrino e conto le fermate. Non perdo l’equilibrio fisico, ma quello interiore sì.

Secondo episodio. Ufficio postale. Coda lunga, come sempre. Un ragazzo passa davanti a tutti, senza chiedere. Un anziano protesta. Gli viene detto: “Stai zitto, nonno”. Non “per favore”, non “scusi”. “Stai zitto”. Nessuno interviene. Io penso a quando bastava uno sguardo per rimettere a posto le cose. Oggi lo sguardo provoca.

Terzo episodio. Supermercato sotto casa. Reparto pane. Due spingono il carrello contro il mio ginocchio, ridono. Dicono che non l’hanno fatto apposta, ma lo rifanno. Una cassiera abbassa gli occhi. Io pago e me ne vado. Fuori mi tremano le mani. Non per il dolore, ma per l’umiliazione silenziosa.

Non sono razzista. Non sono nostalgico. Non sono “di destra”, “di sinistra”, “contro qualcuno”. Sono stanco. E ho paura. Paura di parlare, perché chi parla viene etichettato. Paura di stare zitto, perché il silenzio diventa complicità.

La mia città non è più cattiva. È diventata indifferente. E l’indifferenza, l’ho imparato tardi, è molto più pericolosa della cattiveria: almeno quella sai da dove arriva.

Io non chiedo ronde. Non chiedo manganelli. Chiedo rispetto. Chiedo che un anziano possa salire su un autobus senza sentirsi un intralcio. Che una fila sia una fila. Che la forza non diventi linguaggio.

A settantacinque anni non pretendo di cambiare il mondo. Vorrei solo poter uscire di casa senza sentirmi fuori posto nel luogo dove ho vissuto tutta la vita.

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