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OPINIONI

La violenza dei soliti noti e l'indignazione a geometria variabile

La violenza dei soliti noti e l'indignazione a geometria variabile

"Più sbirri morti, più orfani, più vedove". Accanto: "Fritto misto sionisti e sbirri", "Digos boia". Queste scritte sono comparse a Torino, nella sede universitaria delle facoltà umanistiche. Tre giorni di occupazione abusiva, videosorveglianza oscurata, bagni devastati, quarantamila euro di danni. La ministra Bernini ha twittato la sua indignazione e annunciato una denuncia. Fine della storia. Sipario.


A Roma, al liceo Giulio Cesare, qualcuno ha scarabocchiato su una porta del bagno dei maschi una lista di nomi femminili sotto la scritta "lista stupri". Nessun danno materiale, nessuna occupazione, nessuna devastazione. Solo pennarello su muro.
Eppure si è scatenato il finimondo. Procura della Repubblica, Procura dei minori, DIGOS, Squadra Mobile. La preside convocata in questura. Il ministro Valditara in prima linea: "Fatto gravissimo, da sanzionare duramente". Settimane di titoli. Assemblee straordinarie, sit-in, cortei, occupazioni e contro-occupazioni. Parlamentari di ogni colore a invocare l'educazione sessuo-affettiva come panacea. Il caso nazionale dell'anno.
Qualcosa non torna.
A Torino abbiamo istigazione all'omicidio di pubblici ufficiali. Apologia di reato. Danneggiamento aggravato di beni pubblici. Reati codificati, gravi, che evocano gli anni di piombo. A Roma abbiamo volgarità da cesso scolastico, ripugnanti fin che si vuole, ma scritte che esistono da quando esistono i bagni delle scuole. Al massimo configurabili come minacce o imbrattamento.
Tuttavia il secondo caso ha mobilitato l'intero apparato mediatico-istituzionale, mentre il primo si esaurisce in un comunicato stampa e qualche lancio d'agenzia.
La spiegazione è semplice e risiede nella grammatica del consenso.
La vicenda del Giulio Cesare si prestava magnificamente alla narrazione dominante. C'era il patriarcato da denunciare, la cultura dello stupro da estirpare, l'educazione affettiva da introdurre per legge.
C'erano le fazioni studentesche in guerra tra loro, il collettivo Zero Alibi contro presunti fascisti, striscioni e contro-striscioni. C'era materiale per alimentare la macchina dell'indignazione selettiva per settimane.
E infatti così è stato: tre liste in tre settimane, ognuna buona per rilanciare il circo.
A Torino, invece, gli autori delle scritte sono inequivocabilmente collocabili a sinistra, nell'area antagonista e filopalestinese, quella che sabato ha mandato all'ospedale oltre cento agenti durante il corteo per Askatasuna. Sono "compagni". E i compagni, si sa, sbagliano ma non delinquono.
Hanno le motivazioni giuste, solo i metodi sbagliati. Meritano comprensione, non gogna.
"Dietro le violenze di piazza c’è una borghesia che tollera". Le parole di Lucia Musti, procuratrice generale di Piemonte e Valle d'Aosta, pronunciate all'inaugurazione dell'anno giudiziario, smascherano meglio di ogni sociologismo la radice del problema.
C'è un'ostilità sistematica contro lo Stato e i suoi rappresentanti, alimentata da una narrazione compiacente che tollera e minimizza la violenza. Purché venga da sinistra.
Ecco la geometria variabile dell'indignazione italiana. A praticarla è quella sinistra culturale che domina redazioni, università e apparati educativi. Quella che si indigna a comando quando il copione lo richiede e distoglie lo sguardo quando i protagonisti sono dei suoi.
Non è distrazione: è strategia. Il doppio standard non è un difetto del sistema. È il sistema.
Se un ragazzino scrive una volgarità sessista in un bagno di liceo, si muovono due Procure e il Parlamento discute di riforme epocali. Se un militante invoca vedove e orfani di poliziotti, basta un tweet di disappunto e si passa oltre.
Nel primo caso si parla di "cultura patriarcale da sradicare". Nel secondo di "esuberanza giovanile" o, al massimo, di "episodio isolato".
Il paradosso è che proprio chi invoca tolleranza zero per le scritte del Giulio Cesare pratica tolleranza infinita per quelle di Torino. E non per distrazione. Per scelta.

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