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OPINIONI

Il coraggio di un uomo libero: James Hankins lascia Harward

Il coraggio di un uomo libero: James Hankins lascia Harward

L'orgoglio e il coraggio di un vero uomo dell'occidente: James Hankins Hankins lascia Harward
 
James Hankins se n’è andato. E sbattendo alle spalle il solenne portone di Harvard University — quello stesso portone che un tempo introduceva a una universitas e oggi a una sala di autocoscienza permanente — ha lasciato un’eco secca, da sfratto morale più che da pensionamento dorato. Forse ha atteso troppo. O forse ha fatto ciò che fanno gli studiosi veri: ha continuato a credere, ostinatamente, che il tempio non sarebbe stato profanato del tutto.
Si sbagliava. Il tempio non solo è stato profanato: è stato ristrutturato secondo i canoni del nuovo culto. E lui, storico dell’Occidente, classicista, italianista, ha deciso di non restare come il sagrestano che spiega Omero sotto un murale di slogan.
Quarant’anni di insegnamento non sono bastati a renderlo compatibile con la nuova Harvard, che nel frattempo ha scoperto che la civiltà occidentale è un problema, il merito un pregiudizio e la storia una collezione di colpe da esibire con aria contrita. Al suo posto è arrivata la “storia globale”: una zuppa tiepida dove tutto galleggia e nulla pesa, un mondo senza centro e senza criterio, utilissimo a non capire niente e a sentirsi comunque moralmente superiori.
La frattura diventa insanabile negli anni del Covid, quando l’università — con zelo degno di migliori burocrazie sanitarie del Novecento — impone mascherine, schermi e distanza rituale. Hankins osserva che insegnare educazione liberale con il volto coperto e gli studenti in pixel è come insegnare musica tappandosi le orecchie. Ma è solo l’antipasto.
Il piatto forte arriva con l’“Estate di George Floyd”. L’inginocchiamento collettivo — che pareva una coreografia emotiva destinata a svanire — si rivela invece un atto costitutivo. Da quel momento, la virtù non è più una qualità morale, ma una procedura amministrativa. Le commissioni non selezionano più i migliori: selezionano i meno problematici per la narrazione.
Così accade che studenti di intelligenza eccezionale vengano scartati perché colpevoli di esistere nel modo sbagliato. Il peccato originale, finalmente, ha trovato una modulistica. Il merito non è abolito: è tollerato solo se accompagnato da un’adeguata biografia penitenziale.
Hankins non protesta. Registra. E spiega che quando non si insegna più che cosa sia la civiltà, le persone diventano incivili. Una banalità, direbbe Aristotele. Un’eresia, direbbe oggi un ufficio “Diversity & Inclusion”.
Ma sarebbe comodo pensare che tutto questo sia nato ieri, magari in un’assemblea studentesca particolarmente rumorosa. Non è così. La demolizione è antica, metodica, rispettabile. Già nel 1963, a Stanford, il corso di “Civiltà occidentale” veniva abolito. Prima di Mao, prima del Sessantotto: segno che l’Occidente aveva iniziato a odiarsi con notevole anticipo, come quei ricchi annoiati che disprezzano la propria casa perché troppo grande per la loro coscienza.
Il principio è chiaro: l’Occidente va studiato non per essere compreso, ma per essere emendato; non per essere trasmesso, ma per essere corretto. Le altre civiltà vanno invece osservate con deferenza antropologica, come si fa con specie protette. Una sola cultura deve sempre spiegarsi, giustificarsi, chiedere scusa. Indovinate quale.
Non sorprende che questo spettacolo susciti una certa ilarità nei regimi autoritari: per chi governa senza complessi, è semplicemente incomprensibile che una civiltà decida di smettere di insegnare se stessa, o peggio di mettere i propri classici sotto accusa permanente. Sarebbe come se Roma avesse bandito il latino per non urtare la sensibilità dei Galli.
Il recente battibecco tra Trump e Harvard è poco più di una rissa da talk show. Rumorosa, catartica, ma irrilevante. La distruzione dell’autostima occidentale non si arresta con le minacce né con i finanziamenti bloccati. È un processo interno, paziente, portato avanti con il sorriso di chi è convinto di stare “dalla parte giusta della storia”, qualunque cosa ciò significhi.
Ed è qui che la tanto citata crisi dell’impero americano mostra il suo vero volto. Non è una questione di portaerei, di deficit o di elezioni. È un collasso morale. Un logoramento prodotto dalla ripetizione ossessiva di autolimitazioni, slogan, formule di autocondanna che funzionano come una partitura politicamente corretta: stonata, obbligatoria, e suonata da tutti per paura di essere espulsi dall’orchestra.
È l’odium sui elevato a valore civico. Una civiltà che non si difende più perché ha imparato a disprezzarsi; che non trasmette più perché teme di imporsi; che non giudica più perché ha rinunciato a distinguere. Così l’impero non cade sotto i colpi del nemico, ma si accartoccia su se stesso, come un edificio minato dall’interno in nome della sicurezza strutturale.
Hankins lo ha capito.
E non ha trattato. Ha preferito la libertà della coscienza a quella vigilata dai chierici del politicamente corretto. Non ha difeso una posizione, ma un principio; non una carriera, ma un’idea di verità. Un gesto semplice, oggi rarissimo. Da vero uomo dell’Occidente.
Nota biografica (per il pubblico italiano)
James Hankins è uno dei più autorevoli studiosi americani di cultura classica e Umanesimo italiano, figura poco nota al grande pubblico europeo perché estranea al circuito mediatico, ma centralissima nel mondo accademico anglosassone. Professore ad Harvard per quarant’anni, ha dedicato gran parte dei suoi studi a Machiavelli, Leonardo Bruni e al pensiero politico rinascimentale, occupandosi del ruolo formativo della tradizione classica nella civiltà occidentale. Il suo recente abbandono di Harvard non è un episodio personale, ma un gesto simbolico: il rifiuto di continuare a insegnare in un’istituzione che ha deciso di mettere sotto processo la cultura che l’ha fondata.
James Hankins se n’è andato. E sbattendo alle spalle il solenne portone di Harvard University — quello stesso portone che un tempo introduceva a una universitas e oggi a una sala di autocoscienza permanente — ha lasciato un’eco secca, da sfratto morale più che da pensionamento dorato. Forse ha atteso troppo. O forse ha fatto ciò che fanno gli studiosi veri: ha continuato a credere, ostinatamente, che il tempio non sarebbe stato profanato del tutto.
Si sbagliava. Il tempio non solo è stato profanato: è stato ristrutturato secondo i canoni del nuovo culto. E lui, storico dell’Occidente, classicista, italianista, ha deciso di non restare come il sagrestano che spiega Omero e Dante sotto un murale di slogan.
Quarant’anni di insegnamento non sono bastati a renderlo compatibile con la nuova Harvard, che nel frattempo ha scoperto che la civiltà occidentale è un problema, il merito un pregiudizio e la storia una collezione di colpe da esibire con aria contrita. Al suo posto è arrivata la “storia globale”: una zuppa tiepida dove tutto galleggia e nulla pesa, un mondo senza centro e senza criterio, utilissimo a non capire niente e a sentirsi comunque moralmente superiori.
La frattura diventa insanabile negli anni del Covid, quando l’università — con zelo degno di migliori burocrazie sanitarie del Novecento — impone mascherine, schermi e distanza rituale. Hankins osserva che insegnare educazione liberale con il volto coperto e gli studenti in pixel è come insegnare musica tappandosi le orecchie. Ma è solo l’antipasto.
Il piatto forte arriva con l’“Estate di George Floyd”. L’inginocchiamento collettivo — che pareva una coreografia emotiva destinata a svanire — si rivela invece un atto costitutivo. Da quel momento, la virtù non è più una qualità morale, ma una procedura amministrativa. Le commissioni non selezionano più i migliori: selezionano i meno problematici per la narrazione.
Così accade che studenti di intelligenza eccezionale vengano scartati perché colpevoli di esistere nel modo sbagliato. Il peccato originale, finalmente, ha trovato una modulistica. Il merito non è abolito: è tollerato solo se accompagnato da un’adeguata biografia penitenziale.
Hankins non protesta. Registra. E spiega che quando non si insegna più che cosa sia la civiltà, le persone diventano incivili. Una banalità, direbbe Aristotele. Un’eresia, direbbe oggi un ufficio “Diversity & Inclusion”.
Ma sarebbe comodo pensare che tutto questo sia nato ieri, magari in un’assemblea studentesca particolarmente rumorosa. Non è così. La demolizione è antica, metodica, rispettabile. Già nel 1963, a Stanford, il corso di “Civiltà occidentale” veniva abolito. Prima di Mao, prima del Sessantotto: segno che l’Occidente aveva iniziato a odiarsi con notevole anticipo, come quei ricchi annoiati che disprezzano la propria casa perché troppo grande per la loro coscienza.
Il principio è chiaro: l’Occidente va studiato non per essere compreso, ma per essere emendato; non per essere trasmesso, ma per essere corretto. Le altre civiltà vanno invece osservate con deferenza antropologica, come si fa con specie protette. Una sola cultura deve sempre spiegarsi, giustificarsi, chiedere scusa. Indovinate quale.
Non sorprende che questo spettacolo susciti una certa ilarità nei regimi autoritari: per chi governa senza complessi, è semplicemente incomprensibile che una civiltà decida di smettere di insegnare se stessa, o peggio di mettere i propri classici sotto accusa permanente. Sarebbe come se Roma avesse bandito il latino per non urtare la sensibilità dei Galli.
Il recente battibecco tra Trump e Harvard è poco più di una rissa da talk show. Rumorosa, catartica, ma irrilevante. La distruzione dell’autostima occidentale non si arresta con le minacce né con i finanziamenti bloccati. È un processo interno, paziente, portato avanti con il sorriso di chi è convinto di stare “dalla parte giusta della storia”, qualunque cosa ciò significhi.
Ed è qui che la tanto citata crisi dell’impero americano mostra il suo vero volto. Non è una questione di portaerei, di deficit o di elezioni. È un collasso morale. Un logoramento prodotto dalla ripetizione ossessiva di autolimitazioni, slogan, formule di autocondanna che funzionano come una partitura politicamente corretta: stonata, obbligatoria, e suonata da tutti per paura di essere espulsi dall’orchestra.
È l’odium sui elevato a valore civico. Una civiltà che non si difende più perché ha imparato a disprezzarsi; che non trasmette più perché teme di imporsi; che non giudica più perché ha rinunciato a distinguere. Così l’impero non cade sotto i colpi del nemico, ma si accartoccia su se stesso, come un edificio minato dall’interno in nome della sicurezza strutturale.
Hankins lo ha capito.
E non ha trattato. Ha preferito la libertà della coscienza a quella vigilata dai chierici del politicamente corretto. Non ha difeso una posizione, ma un principio; non una carriera, ma un’idea di verità. Un gesto semplice, oggi rarissimo. Da vero uomo dell’Occidente.
 
(Nota biografica)
James Hankins è uno dei più autorevoli studiosi americani di cultura classica e Umanesimo italiano, figura poco nota al grande pubblico europeo perché estranea al circuito mediatico, ma centralissima nel mondo accademico anglosassone. Professore ad Harvard per quarant’anni, ha dedicato gran parte dei suoi studi a Dante, Machiavelli, Leonardo Bruni e al pensiero politico rinascimentale, occupandosi del ruolo formativo della tradizione classica nella civiltà occidentale. Il suo recente abbandono di Harvard non è un episodio personale, ma un gesto simbolico: il rifiuto di continuare a insegnare in un’istituzione che ha deciso di mettere sotto processo la cultura che l’ha fondata.
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