Crescita del budget della difesa statunitense: una risposta alle sfide dell’intelligenza artificiale cinese; l’aumento della spesa militare negli USA e la corsa globale all’IA
Gli Stati Uniti si preparano a un significativo incremento del proprio budget per la difesa, con un aumento di circa il 50 per cento. Tale decisione arriva in un periodo di crescente preoccupazione al Pentagono riguardo ai progressi della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale (IA). L’ambito militare è ormai diventato uno dei terreni di scontro principali tra le due superpotenze, entrambe impegnate a integrare per prime le nuove tecnologie nei rispettivi arsenali.
Il presidente Donald Trump, attraverso una proposta che mira a portare il bilancio della difesa per il prossimo anno a 1,5 trilioni di dollari, intende contrastare l’influenza globale di Pechino. Secondo molti analisti, questa mossa potrebbe spingere la Cina ad accelerare ulteriormente il proprio programma di rafforzamento militare, affrontando la sfida con un senso di urgenza ancora maggiore.
Mercoledì 4 febbraio 2026, Trump ha sottolineato sui social media la necessità di aumentare il budget militare statunitense per l’anno fiscale 2027, definendo il momento attuale come “molto difficile e pericoloso”. “Questo ci permetterà di costruire il ‘Sogno Militare’ (“Dream Military”) che ci spetta da tempo e, cosa più importante, garantirà la nostra SICUREZZA e PROTEZIONE, indipendentemente dal nemico,” ha dichiarato il presidente.
In un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, l’equilibrio delle forze passa anche dalla capacità di innovare e investire nell’intelligenza artificiale. La sfida tra Stati Uniti e Cina, dunque, non si gioca solo sul terreno militare tradizionale, ma anche su quello digitale e tecnologico, dove il tempismo e la visione strategica potrebbero fare la differenza per la sicurezza globale del futuro.
Sebbene l’espressione “Dream Military” sia più un elemento retorico che una dichiarazione ufficiale del Pentagono, essa offre una prospettiva su un progetto trasformativo, e talvolta controverso, per la potenza americana. Considerando le precedenti dichiarazioni pubbliche, le direttive politiche adottate durante il suo mandato e le recenti promesse elettorali, la visione militare di Trump si fonda su quattro principi ideologici principali.
In primo luogo, l’esercito ideale secondo Trump deve essere “di gran lunga il più forte al mondo”. Durante il suo primo mandato furono approvati aumenti significativi della spesa per la difesa, tra cui uno stanziamento record di 738 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2020. Le linee guida strategiche prevedevano probabilmente la crescita della flotta navale sino a 355 unità, la modernizzazione della triade nucleare e lo sviluppo rapido di armamenti ipersonici.
L’obiettivo era, e continua ad essere, quello di garantire una capacità militare visibile e deterrente, in grado di scoraggiare avversari come Cina e Russia mediante la propria superiorità. In diverse occasioni, Trump ha affermato la necessità di una forza tale da non lasciare spazio a tentativi di sfida da parte di altri attori internazionali.
Un’altra caratteristica distintiva del suo approccio è rappresentata dalla gestione transazionale delle alleanze e dei dispiegamenti militari. Trump ha sostenuto ripetutamente che le truppe statunitensi dovrebbero essere dislocate solo in Paesi disposti a contribuire finanziariamente in modo equo, interpretando alleanze come la NATO più in termini di costi che di partnership strategica. Di conseguenza, la sua linea militare potrebbe contemplare il ritiro accelerato dalle regioni considerate meno vantaggiose, una revisione degli accordi sulle basi e soglie di intervento maggiormente definite, anche in senso isolazionista. La posizione secondo cui gli Stati Uniti non debbano fungere da “polizia del mondo” è stata ribadita più volte.
Il rapporto tra Trump e i vertici militari è stato contraddistinto da tensioni e divergenze, con critiche rivolte in pubblico ai generali e la nomina di segretari ad interim dalle posizioni politicamente allineate. Nell’idea di Trump, l’esercito dovrebbe garantire fedeltà personale e coerenza ideologica rispetto alla politica “America First”. Tale orientamento si traduce nell’affidamento di ruoli chiave a figure ritenute maggiormente disposte a seguire le sue direttive.
Un ulteriore elemento è l’imprevedibilità strategica, considerata da Trump una risorsa fondamentale per mantenere gli avversari in una posizione di incertezza. Il modello militare proposto abbraccerebbe questa dottrina, adottando sia ritiri improvvisi (come accaduto in Siria), sia escalation repentine (l’attacco nel 2020 contro il generale iraniano Qasem Soleimani) e valutando anche opzioni precedentemente considerate tabù (come la discussione intorno all’utilizzo di armamenti nucleari). Tale impostazione mira a rendere la forza militare capace di azioni rapide ed incisive, superando le prassi consolidate della politica estera tradizionale.
La concezione dell’“esercito dei sogni” di Donald Trump si configura come una filosofia radicale, centrata su uno strumento nazionale altamente performante, gestito secondo logiche transazionali e criteri politici, svincolato dalle consuetudini classiche. Il ritorno alla presidenza sta comportando un confronto immediato e potenzialmente dirompente con le norme del Pentagono, con possibili ricadute sul ruolo globale delle forze armate statunitensi. Indipendentemente dalla valutazione sulla sua opportunità o rischiosità, appare evidente come questa visione si presenti come una direttiva precisa, priva di ambiguità.







