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ECONOMIA

L'economia europea non cresce

L'economia europea non cresce

I tassi di crescita dell'Economia  nelle macroaree mondiali risultano mediamente dalle tre alle quattro volte superiori a quelle espresse dai paesi dell' Unione Europea.
Nel 2025 la crescita Europea è stata del +1,4% (sintesi delle diverse crescite dei paesi), una percentuale assolutamente ridicola se confrontata con  quella degli Stati Uniti (+4,3%) della Cina (+ 5%) dell'India  (+ 7,4%).
Il semplice confronto tra questi tassi di sviluppo economici  dovrebbe imporre, a chi ora indica nella sola riaffermazione della centralita' della istituzione Europea come la soluzione di tutti i mali, la necessità di un cambio di visione e di conseguenza di strategia economica.
Perché anche ad  un bimbo risulterebbe  chiaro che mantenendo le priorità espresse da oltre dieci anni nell' Unione Europea con il mantenimento dei postulati imposti  dal greendeal (decarbonizzazione totale al 2050 dell'economia obbligo della vendita di sole  auto elettriche dal 2035, per citare due  sicuri  suicidi), l'intera Europa sia destinata  ad una sicura  deindudustrializzazione ed ad un inevitabile  nanismo economico, con una inevitabile marginalizzazione della istituzione Europea nello scenario mondiale.
In questo contesto si tradurrebbe in un ulteriore disastro annunciato la volontà per il 2025 di erogare al settore automotive ulteriori sanzioni totali per oltre 15-16 miliardi di euro, le quali con  l'introduzione dell'Euro 7 non farebbero che destinare il  territorio europeo ad una assoluta marginalità economica e di conseguenza politica.
Si manifesta,  ora, però un elemento di discontinuità rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni.
Le conseguenze economiche dell'applicazione di questo quadro ideologico in economia, infatti, finora sono state abilmente destinate e ovviamente pagate  dai soli cittadini e lavoratori, in considerazione della perdita di oltre 50.000 posti di lavoro nel settore della filiera Automotive.
Viceversa ora la vicenda Stellantis può aprire un diverso scenario e soprattutto una reale rimodulazione delle priorità europee.
Dal 2024 ad oggi l'ex casa Torinese ha perso oltre il 77% del proprio valore e  l'ha costretta  ad una svalutazione di oltre 22,2 miliardi del patrimonio legata ad  un radicale  "reset" aziendale finalizzato a  correggere la precedente strategia, giudicata troppo sbilanciata verso l'elettrico (BEV) rispetto alla reale domanda del mercato.
Per la prima volta, in altre parole,  a pagare le conseguenze della suicida strategia europea non sono piu' solo  i lavoratori, i quali hanno assistito come già detto alla perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, quanto gli investitori che vedono azzerare i propri investimenti determinati,  per la verità, da una "opportunuta' di speculazione"  fornita proprio dalla politica della commissione europea.
L'idea, infatti, di trovarsi di fronte un mercato di oltre 300 milioni di automobili da riconvertire alla mobilità elettrica come indicato dall'obbligo europeo rappresentava sulla carta un'opportunità di investimento che si sarebbe tradotta in una vera e propria forma di speculazione, grazie all’intesa tra finanza e potere politico europeo.
Solo questa, infatti, rappresentava la motivazione per la quale le grandi case europee avevano appoggiato la politica delirante relativa alla rimodulazione della mobilità verso il solo fattore elettrico.
Ora forse,  proprio in considerazione che a pagare le conseguenza siano i grandi capitali, si potrebbero creare le condizioni per una rottura del sodalizio tra speculazione  e classe politica europea e cosi determinare  una vera e propria inversione delle priorità come sembra sta succedendo anche in Canada.  
Invece di richiedere un maggiore centralita' e forza  all'istituzione Europea , come da più parti si sente auspicare anche attraverso l'abolizione del principio della unanimita', sarebbe opportuno mettere in campo nuove professionalità soprattutto in  economia in grado di  valorizzare il know how europeo e soprattutto con l'obiettivo di assicurare un futuro al settore automobilistico come ai 13 milioni di persone che ci lavorano.
In altre parole, l'Unione Europea rappresenta l'unica macroarea nella quale invece di cercare di conseguire il massimo vantaggio economico per i propri abitanti si cerca di imporre un quadro ideologico ambientalista i cui risultati in termini di crescita e di perdita di opposte di lavoro sono ormai sotto gli occhi di tutti.
 
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