Quando Jesper Swedberg tornò in Svezia nell'agosto del 1685, informò il re del lavoro missionario di Edzard tra gli ebrei e lo convinse a sostenere sforzi simili tra gli indiani del Nuovo Mondo, che lui e Edzard ritenevano discendenti delle dieci tribù perdute di Israele.
Quattro anni prima Carlo XI era stato persuaso da un grande amico di Swedberg, il professore Lars Normann, a consentire l'ingresso in Svezia di un piccolo numero di ebrei disillusi dal sabbatianesimo e il re in persona presiedette al loro battesimo.
Al ritorno dal suo viaggio, Jesper Swedberg[i] era assai determinato nel sostenere l’idea che una delle funzioni più importanti del clero fosse quella di essere “utile” alla società e suo figlio Emanuel avrebbe in seguito sviluppato un'intera teologia mistica “dell’utilità” o degli “usi” come amava definirli[ii].
Tuttavia, questa ventata di novità e di apertura, ben presto subì le pressioni del clero più conservatore, preoccupato dalla “minaccia” ebraica in Svezia.
Temendo che idee ed usanze sbagliate avrebbero potuto essere assorbite dal rito evangelico, questi chierici sostenevano che la purezza della Chiesa luterana nazionale doveva essere protetta.
Così, nel dicembre 1685 Carlo XI emanò a malincuore un editto che proibiva la pratica della religione ebraica in Svezia.
In tale modo però, diede il via a un'aspra controversia tra fazioni filo e antiebraiche che avrebbe indebolito fortemente gli sforzi svedesi di riforma economica e educativa per tutto il secolo successivo.
Non essendo lui stesso un bigotto, il re non agì con decisione per applicare l'editto e si sviluppò un'incerta tolleranza non ufficiale.
Un piccolo numero di ebrei non convertiti fu autorizzato a rimanere, a patto che non facessero proselitismo, cosa abbastanza ridicola visto l’atteggiamento assai restrittivo dell’ebraismo al riguardo.
Nel 1688, quando nacque il terzo figlio, Swedberg si compiacque di dargli il nome ebraico di Emanuel.
In questo modo imitò Edzard, che aveva raccontato al suo ospite svedese di aver imposto le mani sulla testa dei suoi figli ormai cresciuti e di averli benedetti, “proprio come il patriarca Giacobbe benedisse i suoi figli Efraim e Manasse, e proprio come Cristo benedisse i bambini piccoli”.
Swedberg affermò che “il nome di mio figlio Emanuel significa “D-o (è) con noi”; affinché egli possa sempre ricordare la presenza di D-o e quella congiunzione intima, santa e misteriosa con il nostro D-o buono e benevolo”.
Swedberg parlava correntemente l'ebraico e spesso affermava di conversare con il suo angelo custode[iii] in un misto di svedese e proprio di ebraico la lingua che egli riteneva fosse stato parlata nel giardino dell'Eden.
Nel l692 il re nominò Jesper Swedberg professore di teologia all'Università di Uppsala. Rafforzato dall'atmosfera di filosemitismo dell'università, Swedberg fece della propria casa un centro di studi ebraici.
Mentre il padre riferiva ciò che gli angeli presenti dicevano nella lingua santa, il figlio Emanuel passava ore a meditare sui propri studi ebraici e biblici.
Ogni volta che Emanuel pronunciava pensieri pii, i suoi genitori, felicissimi, annunciavano che un angelo sembrava parlare attraverso di lui, e il bambino presto riferì che gli angeli lo visitavano nel giardino.
L'entusiasmo religioso del padre lasciò un'impressione indelebile sulla grande sensibilità del bambino, perché Jesper non dubitò mai della realtà del mondo degli spiriti, che si rivelava agli uomini in sogni e visioni.
Come la maggior parte degli svedesi in quel tempo, il suo atteggiamento nei confronti degli spiriti e del sovrannaturale in genere fu essenzialmente di stampo potremmo dire preilluministico, quasi medievale, e di accettazione del mondo della magia quale realtà immanente.
Egli credeva di poter influenzare gli spiriti affinché lavorassero per lui in cause pie, cioè di avere la capacità di effettuare operazioni teurgiche a fin di bene, una pratica considerata normale tra i ricercatori spirituali dell’epoca, ma espressamente proibita dal grande Arizal[iv] per i kabbalisti ebraici.
Swedberg sosteneva, inoltre, di possedere occasionalmente la seconda vista o la chiaroveggenza, un dono che suo figlio avrebbe dimostrato in seguito.
Jesper dichiarò anche di possedere “poteri di guarigione ipnotica”; attraverso una combinazione di intense letture della Bibbia e di persuasione personale, pretese di esorcizzare gli spiriti e di curare disturbi mentali di molti soggetti.
Il figlio maturò così un interesse duraturo per la medicina spirituale o psichica.
Non si guardi con corrucciato sguardo moderno a tali pratiche, assai miti per gli standard dell’epoca.
Allo stesso tempo, il precettore di famiglia e studente di medicina Johan Moraeus stimolò in Emanuel un senso di meraviglia per le complessità del corpo umano, che rappresentava il tempio di Dio sulla terra.
Secondo uno schema che in seguito avrebbe prodotto effetti psichici sorprendenti, Emanuele imparò a combinare un'intensa autoanalisi dei propri processi corporei con un'intensa meditazione su argomenti spirituali. Eseguendo i propri esperimenti “scientifici”, il bambino imparò a controllare metodicamente i suoi schemi di respirazione e a porsi in uno stato di trance meditativa.
Questa pratica, istintivamente rinvenuta da Swedenborg dall’autoanalisi, è essenzialmente kabbalistica e corrisponde a quelle utilizzate dai seguaci della Merkava, cioè da coloro che, ponendo a fondamento la visione di Ezechiele, hanno cercato di salire fino ai Palazzi Celesti.
Dopo la nomina di Jesper a vescovo di Skara nel 1703, dovendosi trasferire in quella città, lasciò il quindicenne Emanuel a Uppsala e quest’ultimo si trasferì a casa del cognato, Eric Benzelius (il Giovane), che aveva sposato la sorella maggiore, Anna Swedberg.
Benzelius[v] era stato da poco nominato bibliotecario universitario e per i sette anni successivi guidò il suo giovane protetto negli studi accademici. L'influenza di Benzelius superò presto quella di Jesper Swedberg e divenne la forza dominante nella formazione delle idee intellettuali, spirituali e politiche di Emanuel.
Sorprendentemente, il ruolo quarantennale di Benzelius come mentore principale di Emanuele è rimasto in gran parte inesplorato dai biografi di Swedenborg così come è accaduto relativamente alla grande influenza che Balthasar Walther esercitò su Jacob Böhme.
Pertanto, un nuovo esame degli interessi eclettici di Benzelius, delle sue convinzioni politiche e della sua rete internazionale di corrispondenti getterà una luce significativa sulle prime esperienze che hanno influenzato lo sviluppo di Swedenborg come scienziato-veggente, che raccoglieva segretamente informazioni sulla terra e in cielo.
Allo stesso tempo, molte delle vaghe e confuse affermazioni sul precoce accesso di Swedenborg alle tradizioni segrete della Kabbalah, del rosacrucianesimo e della massoneria assumono una plausibilità storica.
Quando Emanuele si trasferì a casa di Benzelius, suo cognato era già un uomo famoso.
Nato nel l675 da un'importante famiglia di ecclesiastici, Benzelius divenne l'erede e infine l'acclamato leader dell'insolita tradizione svedese del filosemitismo.
Sempre in lotta contro l'oscurantismo clericale e i forti sentimenti popolari di antisemitismo, questa tradizione svedese quasi sconosciuta in Italia, sopravvisse nelle enclave protette del mondo accademico e nelle riunioni segrete dei Pietisti[vi], in gran parte perché sostenuta discretamente della monarchia svedese.
La tradizione riporta come Benzelius avrebbe padroneggiato l'ebraico sin dall'età di nove anni.
Egli beneficiò dell'approccio tollerante di Carlo XI, che gli consentì di studiare sotto la guida degli accademici orientalisti Lars Normann e Gustaf Peringer, protetti dal re.
Attraverso i suoi insegnanti, Benzelius ebbe accesso a rare tradizioni dell'ebraismo, anche di quello eterodosso come quello sabbatiano, un accesso che avrebbe poi condiviso con Swedenborg.
Nel l692 Benzelius completò la sua tesi sul Siclus Judaicus di Maimonide, sotto la guida di Peringer; tuttavia, ben presto si allontanò dal giudaismo razionalistico di Maimonide. Come i suoi mentori, Benzelius rimase affascinato dal misticismo e dalle “eresie” ebraiche che sembravano puntare verso un riavvicinamento giudaico-cristiano.
Nel 1696 il re permise a Peringer di invitare in Svezia due ebrei caraiti[vii], ritenendoli “i luterani tra gli ebrei”.
I caraiti presentarono le loro convinzioni anti-talmudiche a un'assemblea di studiosi e Benzelius rimase affascinato da questo sguardo sul mondo segreto dell'ebraismo eterodosso.
I suoi professori persuasero Carlo XI a concedergli una borsa di studio di tre anni per stabilire contatti con gli orientalisti in Europa e in Inghilterra.
Con il vescovo Eric Benzelius (il Vecchio) e il cappellano reale Swedberg che sostenevano la missione, l'opposizione clericale fu accuratamente evitata.
Quando Benzelius si mise in viaggio nell'estate del 1697, il suo obiettivo principale era quello di visitare il grande Gottfried Wilhelm Leibniz[viii], bibliotecario della corte hannoveriana, che lo avrebbe consigliato sulle opere ebraiche, arabe e orientali da raccogliere per le biblioteche svedesi e che avrebbe potuto raccomandare il giovane svedese alla sua rete di corrispondenti.
Benzelius voleva anche l'aiuto di Leibniz per formulare i piani di una società erudita in Svezia che potesse superare l'isolamento della Svezia dallo scambio internazionale di informazioni mantenuto dalle società reali di Londra e Parigi.
Nello svolgere questa missione, Benzelius entrò in una nuova controversia sull'autenticità e sullo scopo del movimento rosacrociano.
Con Leibniz al centro di questi dibattiti, Benzelius ebbe la rara opportunità di conoscere l'oscura storia iniziale del rosacrocianesimo e della massoneria in Europa e in Gran Bretagna, una storia che avrebbe poi plasmato i suoi piani e quelli di Swedenborg per un “collegium curiosorum” in Svezia[ix].
La prolungata controversia sulla realtà e sullo scopo della confraternita rosacrociana era stata riaccesa in Svezia dalla pubblicazione della Vie de Monsieur Descartes di Adrien Baillet (Parigi, 19691).
Baillet ringraziò Leibniz per avergli fornito rare informazioni sulle prime esperienze di Cartesio e le sue rivelazioni sul presunto rosacrucianesimo di Cartesio suscitarono un'intensa curiosità a Uppsala, dove la battaglia tra cartesianesimo e ortodossia luterana era ancora accesa.
Il libro provocò anche una raffica di pamphlet ostili in Europa, che fecero temere a Leibniz che il ridicolo riversato sui Rosacroce si sarebbe riflesso anche sugli onesti sforzi dei cartesiani di riformare la scienza e l'educazione.
Per Benzelius, lo strano resoconto di Baillet, che sembrava nascondere quanto rivelare sulla reale relazione di Cartesio con i Rosacroce, doveva essere particolarmente interessante.
Baillet aveva anche rivelato che nel 1650 Cartesio e Cristina avevano elaborato il progetto di un'accademia di studi in Svezia.
Animato da ambizioni simili, Benzelius sperava di imparare di più da Leibniz sulle idee sue e di Cartesio sulle società di polymathia e pansophia.
Leibniz aveva visitato Cristina poco prima della sua morte, avvenuta nel 1689, e successivamente era diventato membro della sua “Accademia fisico-matematica” a Roma, che comprendeva molti elementi rosacrociani.
Leibniz conobbe e ammirò anche il rosacrociano Giuseppe Francesco Borri, di cui lamentò la successiva incarcerazione da parte dell'Inquisizione.
Dai suoi attuali corrispondenti svedesi, Leibniz sapeva che gli ideali dell'Illuminismo rosacrociano erano accolti più calorosamente in Svezia che in Italia o in Germania.
Quando Benzelius arrivò ad Hannover, in agosto, fu accolto calorosamente da Leibniz, che si affezionò presto al giovane e brillante studioso.
[i] Quando i figli di Jesper Swedberg furono nobilitati nel 1719, il loro cognome fu cambiato in Swedenborg.
[ii] Il metodo più semplice e potente per lo sviluppo spirituale personale nella teologia di Swedenborg risiede nell'idea di utilità, o “usi” come lui la chiamava. Parte della sua bellezza sta nella sua semplicità, che permette di metterla in pratica nel corso dei normali doveri e lavori quotidiani, anzi, in qualsiasi atto umano. Può essere applicata ovunque, in qualsiasi momento e da chiunque. Parte del suo potere risiede nella sua meravigliosa concretezza. Gran parte della religione ha a che fare con grandi quantità di parole e concetti. L'uso si esplicita in atti concreti. Le parole non sono necessarie. L'immediatezza molto concreta dell'azione utile ci porta fuori da noi stessi, fuori nelle circostanze, verso gli altri e verso un mondo più grande. La portata e il potere di questo metodo sono stati in gran parte trascurati dagli studiosi degli scritti di Swedenborg. L'uso è spesso visto semplicemente come un sinonimo di carità e buone opere. È un'idea molto più pervasiva di così, poiché, come vedremo, si applica a tutti gli atti umani compiuti con un certo spirito. Questa concezione ha molti punti di contatto con la concezione kabbalistica chassidica che pone l’accento sull’attenzione in ogni aspetto della propria vita quotidiana che deve essere vissuto consapevolmente e con l’intenzione di farne un atto di Santificazione, di Kedushà (Avodah Be’gashmiut di cui meglio oltre). Vorrei porre l’attenzione anche alla “Piccola Via” di Santa Teresa di Lisieux, che si può riassumere in tre punti: infanzia spirituale, fiducia radicale e santità quotidiana che è rappresentata sostanzialmente dallo stesso messaggio sopra illustrato. Questi metodi non possono essere compresi semplicemente leggendo e ragionando. Devono essere praticati per comprenderne il potenziale effetto evolutivo sulle nostre vite.
[iii] Il rapporto con il proprio angelo custode è un argomento tipico di molte tradizioni, Kabbalah inclusa. Dovrebbe esse conseguito unicamente in condizioni di grande purezza ed equilibrio, cioè nello stesso stato descritto per Rabbi Akiva, l’essere be shalom che significa in armonia con la Creazione.
[iv] Yitzahk Luria il grande kabbalista di Tzfat
[v] Erik Benzelius il Giovane era figlio di Erik Benzelius il Vecchio e fratello di Jacob ed Henrik. Erik Benzelius (il Vecchio) (16 dicembre 1632 – 17 febbraio 1709) è stato un teologo svedese e arcivescovo di Uppsala. Fu cresciuto da un parente che era un mercante a Uppsala e studiò all'Università di Uppsala, dove conseguì la laurea in filosofia nel 1661. Nel 1660 fu assunto da Magnus Gabriel De la Gardie come tutore dei suoi figli e accompagnò uno di loro in un viaggio all'estero che durò dal 1663 al 1665, visitando Copenaghen, le più importanti università della Germania e proseguendo poi per Parigi, Londra, Oxford e Leida. Tornato a Uppsala, fu nominato professore straordinario di storia e filosofia morale nel 1665, di teologia nel 1666 e professore ordinario di teologia nel 1670. Divenne vescovo di Strängnäs nel 1687 e succedette a Olov Svebilius nel 1700 come arcivescovo di Uppsala.
Assunse un ruolo importante nei vari comitati ecclesiastici attivi durante i regni di Carlo XI e Carlo XII, come quello riguardante la nuova legge ecclesiastica del 1686, il nuovo libro dei salmi del 1695 e la nuova traduzione della Bibbia. Nella commissione per la traduzione della Bibbia, creata su iniziativa di Jesper Swedberg, Benzelius fu una forza conservatrice ed è in gran parte responsabile del fatto che la cosiddetta Bibbia di Carlo XII finì per essere nient'altro che una revisione della Bibbia della Riforma svedese. Benzelius era un tipico rappresentante dell'ortodossia luterana svedese del XVII secolo, attento a non deviare dai principi teologici consolidati e privo di originalità nei suoi scritti. Ciononostante, fu un autore prolifico di opere di teologia e il suo lavoro sulla storia della Chiesa fu utilizzato come libro di testo per il secolo successivo. Dei sette figli di Benzelius, tre furono in seguito nominati arcivescovi di Uppsala, uno dopo l'altro: Erik (1675-1743, nominato nel 1742, ma morto prima di assumere la carica), Jakob (1683-1747, arcivescovo dal 1744) e Henrik (1689-1758, arcivescovo dal 1747). Di tutt’altra pasta il figlio omonimo Erik Benzelius il Giovane. Come suo padre, il giovane Erik studiò inizialmente a Uppsala e nel 1697, grazie a una borsa di studio reale, poi intraprese un viaggio di studio di tre anni attraverso l'Europa. Il mondo accademico aveva acquisito importanza, così come le scienze, e nelle università europee si potevano incontrare molti personaggi illustri. Erik incontrò, tra gli altri, Leibniz e Malebranche. Trascorse anche molto tempo a studiare libri e manoscritti provenienti da grandi biblioteche antiche. Ne acquistò o ne copiò diversi. Tornato a Uppsala nel 1700, fu nominato bibliotecario dell'Università di Uppsala. Amava i libri e lavorò per ampliare la collezione della biblioteca. Poi studiò per diventare sacerdote e fu ordinato nel 1709. Rimase costantemente in contatto con uomini colti provenienti dall'Europa e da Uppsala. Tra questi c'erano botanici, matematici, storici e scienziati di altre facoltà. La corrispondenza è stata conservata e pubblicata dopo la sua morte. Benzelius sposò Anna Swedberg nel 1703. Lei era la figlia del sacerdote svedese Jesper Swedberg e sorella dello scienziato (e in seguito mistico) Emanuel Swedenborg. Erik era un benefattore di Emanuel e forse l'unica persona a rendere il dovuto rispetto alle sue scoperte scientifiche. Erik era un sostenitore di ogni tipo di conoscenza e scoperta. Ci sono anche prove che suggeriscono che avesse contatti con Johan Kemper, un Kabbalista ebreo convertito al cristianesimo che lavorava anch'egli all'Università di Uppsala, una fonte certa delle evidenti influenze Kabbalistiche sul pensiero di Swedenborg.
[vi] Peter Vogt nel suo saggio Zwischen Bekehrungseifer und Philosemitismus: Texte zur Stellung des
Pietismus zum Judentum. (Kleine Texte des Pietismus 11. Leipzig: Evangelische Verlagsanstalt, 2007) ha raccolto una piccola antologia che mette in luce un aspetto poco conosciuto ma affascinante della lunga e complessa storia delle relazioni tra tedeschi ed ebrei, ovvero l'enorme interesse, quasi ossessivo dei pietisti del XVII e XVIII secolo per l'ebraismo. Ne abbiamo già brevemente trattato parlando del soggiorno di Jesper Swedberg nella casa di Amburgo di Edzard. Peter Vogt, ha raccolto un'ampia selezione di testi pietisti sull'ebraismo che vanno dalle profezie pietiste radicali rivolte agli ebrei, ai progetti pietisti luterani per la conversione degli ebrei stessi, fino a una cantata morava (Herrnhuter) che fonde tradizioni ebraiche e cristiane, scritta per il matrimonio di una coppia che si era convertita dall'ebraismo. I pietisti attribuivano agli ebrei un posto speciale nel piano di D-o, e in particolare nel giudizio finale. Credendo che il loro mondo sarebbe presto giunto alla fine, i pietisti interpretavano le guerre, le pestilenze e le convulsioni economiche del loro tempo come i primi segni di un'imminente apocalisse e del giudizio finale. Le interpretazioni pietiste dei passaggi biblici sugli “Ultimi Giorni” li portarono a concludere che gli ebrei si sarebbero convertiti in massa al cristianesimo prima del ritorno del Messia. Di conseguenza, i pietisti che volevano accelerare l'instaurazione del regno di Dio sulla terra perseguivano la conversione degli ebrei. La maggior parte dei testi del volume tratta quindi in un modo o nell'altro la conversione degli ebrei. Philipp Jakob Spener, spesso considerato il “padre” del pietismo luterano, sosteneva che lo status sociale inferiore degli ebrei li portava a provare risentimento nei confronti dei cristiani e costituiva, quindi, un ostacolo alla conversione. Sosteneva, inoltre, che molti dei problemi delle comunità ebraiche derivano dal fatto che agli ebrei era proibito esercitare molte professioni, il che li portava alla povertà e alla noia. Tuttavia, invece di chiedere la revoca di tali divieti, Spener proponeva che i governanti consentissero agli ebrei di stabilirsi in zone remote e scarsamente popolate dove poter lavorare la terra per guadagnarsi da vivere “onestamente”. Il punto centrale del saggio di Spener è che il principale ostacolo alle conversioni è l'odio e la sfiducia tra ebrei e cristiani. Egli esortava le persone comuni a stringere amicizia con i loro vicini ebrei, non con lo scopo di convertirli, ma semplicemente perché questa dovrebbe essere una buona pratica cristiana. I governanti avrebbero potuto aiutare, scrive Spener, vietando ai predicatori di fomentare l'odio contro gli ebrei dal pulpito e anche richiedendo ai cristiani di osservare il sabato e di condurre in generale una vita più disciplinata. In effetti, quasi tutti gli autori del volume lamentano lo stato pietoso del cristianesimo contemporaneo e il “cattivo esempio” che esso dà agli ebrei e ai ‘pagani’ che altrimenti potrebbero essere indotti a convertirsi. Molti degli autori inclusi nell’antologia di Vogt chiariscono che vedono una maggiore affinità tra loro e gli ebrei osservanti che con i cosiddetti Schein-Christen, i “falsi cristiani”, che non sono all'altezza dei rigidi standard dei pietisti. Spener e altri pietisti rappresentati in questo volume rifiutano con veemenza l'uso della violenza contro gli ebrei, sia per minacciarli di convertirsi, sia per costringerli ad ascoltare i sermoni, entrambe pratiche comuni in Europa all'epoca. Molti di questi autori pietisti sostenevano che agli ebrei dovrebbe essere permesso di conservare le proprie tradizioni e avevano elaborato varie teorie su come avrebbe potuto realizzarsi una fusione tra cristianesimo e giudaismo. L'insistenza dei pietisti sul fatto che gli ebrei non dovessero essere costretti a fare nulla contro la loro coscienza è sicuramente un impulso verso l'illuminismo e la modernità. Tuttavia, altri aspetti del pensiero pietista sul giudaismo sono tutt'altro che progressisti. Quasi tutti i testi deplorano la povertà e la persecuzione degli ebrei, ma la spiegano come una “punizione” di Dio nei confronti di un popolo disobbediente. Diversi testi promettono agli ebrei che il “pentimento” - compreso l'abbraccio del cristianesimo - li avrebbe riportati nelle grazie di Dio, che li avrebbe poi ricompensati con prestigio e prosperità. In altre parole, secondo questi testi, gli ebrei sono essi stessi responsabili della persecuzione contro di loro e solo loro possono porvi fine. Allo stesso tempo, i pietisti credevano che loro, insieme agli ebrei, fossero destinati a svolgere un ruolo chiave in un piano divino universale. Si riferivano alternativamente a sé stessi e agli ebrei come al popolo “eletto” di Dio o “Sion”, e molti dei loro testi cercavano di spiegare il rapporto tra pietisti ed ebrei. Nicolaus Zinzendorf, ad esempio, vedeva entrambi i gruppi come “mandrie” diverse nella ‘stalla’ dello stesso “pastore”. Numerosi testi in questo volume menzionano anche che Gesù e gli ebrei sono “parenti di sangue”, ma non “parenti spirituali”. Alcuni pietisti credevano addirittura che il Messia sarebbe tornato come un bambino nato da una donna ebrea. La consapevolezza di queste questioni è certamente rilevante per gli studiosi delle relazioni culturali tedesco-ebraiche. I pietisti erano anche affascinati dal patrimonio culturale ebraico, sebbene sempre attraverso la lente del chiliasmo. Essi sottolineavano l'importanza dello studio delle lingue bibliche antiche e alcuni divennero grandi studiosi di ebraico. Diversi testi del volume sono ricchi di citazioni in ebraico, non solo dalle Scritture ebraiche, ma anche dai rabbini contemporanei e dal Talmud, non tanto dal Talmud in sé, quanto piuttosto dai testi cabalistici, che ai pietisti sembravano condividere molte caratteristiche con i testi mistici pietisti. I pietisti di Halle diressero anche una serie di pubblicazioni in ebraico e in yiddish rivolte a un pubblico ebraico.
[vii] Gli aderenti al caraismo considerano il Tanakh l'unica e suprema autorità legale in ogni aspetto dell'Halakhah e alla teologia ebraica; perciò, rigettano ogni altra autorità successiva alla Torah, con particolare riferimento alla cosiddetta Torah shebe'al peh, la Torah orale e al Talmud. Oggidì nel mondo si contano circa 30 000 caraiti. Oltre al totale rifiuto della tradizione orale e della pubblicazione di commentari biblici come appunto il Talmud o la Mishnah, entrambi sostenuti dai Farisei, i caraiti ripudiano anche le decisioni legali assunte dal Sinedrio e codificate nel Talmud. Il rifiuto, ispirato ad antiche tradizioni sadducee e alle dottrine degli Esseni di Qumran, dei quali forse i caraiti avevano rinvenuto alcuni manoscritti, si estende anche all'aggiunta della Ghemara palestinese e babilonese. I caraiti affermano che tutti i divini comandamenti che il Signore ha conferito a Mosè sono stati registrati nella Torah scritta, senza nessuna aggiunta di leggi orali o spiegazioni di alcun genere.
[viii] Come recita la presentazione della fondamentale opera di Allison P. Coudert Leibniz and the Kabbalah: 142 International Archives of the History of Ideas Archives internationales d'histoire des idées: “L'opinione generale degli studiosi è che la Kabbalah non abbia avuto un'influenza apprezzabile sulla filosofia di Gottfried Wilhelm Leibniz. Tuttavia, sulla base di nuove prove, la professoressa Coudert sostiene che questa conclusione sia errata. Leibniz non era né l'ottimista sciocco che Voltaire descrisse nel "Candide", né il razionalista supremo descritto da tanti studiosi successivi. Era uno gnostico radicale, la cui filosofia era profondamente influenzata dalla Kabbalah lurianica. Una volta compreso questo fatto piuttosto sorprendente, alcuni aspetti fondamentali della sua filosofia, come il concetto di monadi, la difesa del libero arbitrio e la teodicea, possono essere visti in modo completamente nuovo, risolvendo molti dei problemi che hanno lasciato perplessi gli studiosi. Questo libro è rivolto a lettori di ogni livello, da chi ha un interesse generale per la storia intellettuale agli specialisti di filosofia, storia della scienza, teologia e studi ebraici.” Ecco, sempre il solito problema che abbiamo trattato mille volte. Come dimostrò inequivocabilmente Moshe Idel nel suo saggio “Italy in Safed, Safed in Italy- Toward an Interactive History of Sixteenth-Century Kabbalah,” in Cultural Intermediaries (2004), 239-269, la diffusione in ambienti di elevata cultura della Kabbalah lurianica fu immediata e capillare.
Gli scopi della nostra ricerca, unica in Italia, sono sempre stati rivolti alla ricostruzione delle influenze kabbalistiche all’interno della Cristianità, cui di cui il pregevole Cardinale Zuppi, dall’alto del suo altissimo Ufficio, ha recentemente dichiarato la morte e, magari, proprio lui ha amministrato alla povera creatura gli Ultimi Riti.
Sarebbe assai proficuo se, tutte e due le parti della Rivelazione contribuissero maggiormente alla comprensione del reciproco ruolo verso l’UNO e non nel reciproco distacco che dall’UNO si diparte ancorché mascherato da “dialogo.”
A cura della stessa Professoressa Coudert e di R.H. Popkin su quest’argomento si veda anche Leibniz, Mysticism and Religion uscito nella medesima collana e che ribadisce sia il profondo interesse di Leibniz per la kabbalah lurianica, sia le sue profonde conoscenze al riguardo. Tanto per cambiare, argomenti poco noti in Italia.
[ix] L'accademia fu fondata nel 1710 a Uppsala proprio su iniziativa di Erik Benzelius con il nome appunto di Collegium curiosorum. Il nome fu cambiato in Societas Literaria Sueciae nel 1719, quando ricevette uno statuto ufficiale reale nel 1728, in Societas regia literaria et scientarium, e dalla metà del XVIII secolo fu conosciuta come Societas regia scientarum upsaliensis Regia società delle scienze di Uppsala. Tutte le pubblicazioni dell'Accademia furono in lingua latina fino al 1863. Tra i primi membri figuravano proprio Emanuel Swedenborg e Anders Celsius.







