A proposito della pubblicazione degli Epstein files sono stati messi a nudo alcuni aspetti relativi all’informazione, alcuni dei quali appartenenti al malcostume che vede il giornalismo ridotto a tifo da stadio e altri alla pervicace volontà di guardare il mondo, la storia, l’umanità, l’essere umano stesso solo con la chiave del razionalismo o peggio del positivismo, rendendo assolutamente incomprensibili fenomeni che necessitano di ben altre chiavi interpretative.
Sul Nuovo Giornale Nazionale si è aperto un confronto che mi stimola a intervenire per tentare di condurre lo stesso dibattito entro i confini della ricerca di uno spazio comune che consenta di uscire dalla ristretta visione razionalista, per accedere ad una chiave interpretativa più ampia.
Non tutto ciò che è reale è razionale e non tutto ciò che è razionale è reale.
Per Hegel ciò che è pienamente conforme alla Ragione (cioè all’Idea, allo Spirito che si sviluppa dialetticamente) non resta un ideale astratto o un "dover essere" kantiano separato dal mondo, ma necessariamente si realizza nella storia, nelle istituzioni, nello Stato, nell'arte, nella religione, nella filosofia. Così come tutto ciò che è veramente effettivo (non mera apparenza, non pura contingenza, non ciò che è destinato a perire) porta in sé una necessità razionale.
Non esiste nulla di assolutamente irrazionale o assurdo nel processo storico complessivo: anche le tragedie, le guerre, le ingiustizie momentanee sono momenti dialettici attraverso cui la Ragione (lo Spirito del mondo) progredisce verso una maggiore consapevolezza di sé.
Da questa filosofia discende quella, meno raffinata, del materialismo dialettico, la quale interpreta la realtà come intrinsecamente materiale e in perenne evoluzione attraverso conflitti (dialettica), dove i processi economici e i rapporti di produzione (struttura) determinano la sovrastruttura (idee, cultura, politica) spiegando la storia come lotta di classe che porta al superamento di ogni sistema sociale.
Peccato per il “diamat” che la storia abbia dimostrato di non funzionare così.
Il filosofo della scienza Karl Popper, in un saggio sulla teoria della conoscenza, dal titolo emblematico: “Tutta la vita è risolvere problemi”, parte dalla considerazione che l’essere umano è un “essere spirituale, almeno finché è in piena coscienza; è un essere spirituale, un Io, una mente, la quale è strettamente legata ad un corpo che soggiace alle leggi della fisica”. [i]
Popper pone, dunque, il problema millenario dell’interazione tra il corpo e la mente, al quale si accompagnano quelli della conoscenza e delle modalità del conoscere.
“Mi presento, dunque, – scrive in proposito Popper – come un realista metafisico che accetta la teoria dello sviluppo e che, come forse posso permettermi di sottolineare, ha introdotto nell’epistemologia il problema dinamico della crescita della nostra conoscenza”. [ii]
Nel rapporto corpo mente Popper teorizza anche la presenza di un “mondo 3”, che si relazione a un “mondo 2”, quello psichico e a un “mondo 1“, quello materiale. Scrive Popper. “Chiamo «mondo 3» nel significato più ampio del termine il mondo dei prodotti dello spirito umano; nel senso più stretto, in particolare, il mondo delle teorie, comprese le teorie false; e il mondo dei problemi scientifici, compresi i problemi riguardanti la verità o la falsità delle diverse teorie. In senso lato, appartengono al mondo 3 anche le poesie, le opere, i concerti di Mozart. Ma se si vuole, si può chiamare il mondo delle opere artistiche mondo 4. È una questione di terminologia”. [iii]
Il “Mondo 3” di Popper è il mondo dei prodotti delle menti umane, che ha una sua autonomia e nel quale si verifica il sorgere autonomo di problemi non pensati: un “mondo” intelligente e problematico, nel senso che ci pone problemi.
Il mondo delle teorie è solo il prodotto delle menti umane o c’è altro? Una risposta interessante ci viene da Roger Penrose.
Penrose, nel suo: “La strada che porta alla realtà”, ricorda che gli scienziati propongono modelli del mondo i quali” sono essenzialmente matematici e” se al modello in sé viene assegnato un qualsiasi genere di «esistenza», allora questa esistenza è collocata nel mondo platonico delle forme matematiche”.[iv]
Il modello esiste solo nelle nostre menti? La risposta di Penrose è negativa. “La precisione, l’affidabilità e la coerenza, che le nostre teorie scientifiche richiedono esigono qualcosa che vada oltre ciascuna delle nostre labili menti individuali. Nella matematica troviamo una consistenza decisamente maggiore rispetto a quella che può trovarsi in una qualunque mente particolare. Tutto ciò – si chiede Penrose - non si rivolge a qualcosa al di fuori di noi e a una realtà che si trova al di là di ciò che un individuo può raggiungere?”.[v] La risposta è sì. “Sembra proprio – afferma Penrose – che la matematica abbia una forza che va ben al di là di ciò che qualsiasi singolo matematico è capace di concepire”. [vi]
E per dare forza alla sua affermazione ricorda Mandelbrot, lo studioso della geometria frattale. “L’insieme di Mandelbrot – scrive Penrose – non è stato certamente un’invenzione di qualche mente umana. L’insieme esiste oggettivamente soltanto nella matematica stessa. […]. Quesi disegni «esistevano» già all’inizio dei tempi in senso potenziale e atemporale, e si sarebbero poi rivelati esattamente nella forma in cui li percepiamo oggigiorno, non importa in quale istante e in quale luogo un essere senziente avrebbe scelto di esaminarli. […] Quindi l’esistenza matematica è diversa non solo dall’esistenza fisica, ma anche da un’esistenza assegnata dalle nostre percezioni mentali”.[vii]
Penrose propone un modello dove “le facoltà mentali vengono in associazione con certe strutture fisiche (cervelli sani e vigili)” e dove le strutture fisiche “persuadono l’intelligenza”. Penrose avverte che soltanto una piccola parte del mondo matematico interessa il mondo fisico e soltanto una piccola frazione delle nostre attività mentali riguarda necessariamente le verità matematiche assolute, tuttavia, secondo il modello proposto “l’intero mondo fisico sembra essere come governato da leggi matematiche. […]. Secondo questo punto di vista, tutte le cose dell’universo fisico sono davvero governate, in modo dettagliato e preciso, da principi matematici […]. Se questo è vero, allora perfino le nostre azioni fisiche sarebbero interamente soggette a un tale controllo matematico finale, dove questo «controllo» potrebbe ancora consentire un certo comportamento casuale governato da rigorosi principi probabilistici”. [viii]
Data la sperimentata rilevanza della matematica nella scoperta delle leggi che regolano i fenomeni fisici, “il progresso verso una più profonda comprensione fisica – sostiene Penrose – se non può essere guidato dettagliatamente dall’esperimento, deve basarsi sempre più sull’abilità di apprezzare la rilevanza fisica e le profondità della matematica, e di «fiutare» le idee appropriate per mezzo di una valutazione di estetica matematica profondamente sensibile”. [ix]
L’affermazione ha una rilevante importanza, in quanto emancipa la ricerca delle leggi che presiedono alla fisica dalla necessità dell’esperimento.
A questo punto Penrose introduce uno degli aspetti più interessanti per quanto riguarda l’essere umano: la coscienza.
“Un altro profondo mistero – scrive Penrose – è anche il modo in cui un materiale fisico adeguatamente organizzato – e qui faccio specifico riferimento a cervelli umani (o animali) viventi – possa in qualche modo fare apparire come per magia la facoltà mentale della consapevolezza cosciente”. [x] Del resto a introdurre il tema della coscienza è la fisica stessa, laddove mette in relazione la realtà con l’osservazione, in quanto “ogni «realtà» percepita è associata ad uno «stato di osservatore»”. [xi] “Qualunque universo che può «essere osservato» – sostiene Penrose – deve, per necessità logica, essere in grado di supportare un’attività mentale cosciente, poiché la coscienza è quella che svolge il ruolo finale di «osservatore». […]. Quasi tutte le interpretazioni «convenzionali» della meccanica quantistica dipendono in definitiva dalla presenza di un «essere percepente»; sembra quindi che ci richiedano di sapere cosa sia effettivamente un essere percepente”. [xii]
Queste brevi note ci fanno capire che parlare di struttura e di sovrastruttura è assolutamente limitante, così come trasferire tutto ciò che riguarda la mitologia al periodo dell’infanzia dell’umanità. Periodo dal quale l’avrebbe tratta la razionalità.
Restringere la conoscenza alla sola razionalità eliminando l’intuizione (esprit de finesse)
è stato ed è uno degli elementi più significative dell’incapacità di comprensione dell’umanità e del suo procedere nella storia.
Scrive Pascal (Pensées) a proposito della differenza tra lo spirito di geometria e lo spirito di finezza: “Nell’uno, i principi sono palpabili, ma lontani dall’uso comune; tanto che si fa fatica a voltare la testa da quella parte, per mancanza di abitudine: ma appena la si volta, si vedono i principi chiaramente; e bisognerebbe avere lo spirito proprio falso per ragionare male su principi così evidenti che è quasi impossibile che sfuggano. Ma nello spirito di finezza, i principi sono nell’uso comune e davanti agli occhi di tutti. Non c’è bisogno di voltare la testa, né di farsi violenza; basta avere una buona vista, ma bisogna averla davvero buona: perché i principi sono così sottili e così numerosi, che è quasi impossibile che non ne sfugga qualcuno. Ora, l’omissione di un principio porta all’errore; dunque bisogna avere una vista molto acuta per vedere tutti i principi, e poi uno spirito giusto per non ragionare falsamente su principi noti”.
Norman Mailer, nella sua prefazione al testo di Peter Levenda, Satana e la Svastica (Mondadori), scrive, a proposito di uno dei tanti mondi che appartengono al non razionale, che se “si insiste a guardare alla magia dal punto di vista della scienza ufficiale – ovvero a vederla come un sistema superato, fondato su una comprensione non completa della realtà – si commette uno sbaglio, perché lo stesso si potrebbe dire della religione e anche di certe forme d’arte”. E aggiunge che “più lo scienziato si fa beffe della magia, più i politici, i capi militari e i «cervelli» delle organizzazioni terroristiche la sfruttano come arma di un particolare arsenale arcano, in cui trovano posto anche la guerra psicologica, la disinformazione, la «vietnamizzazione» e l’eliminazione fisica”.
Per comprendere, pertanto, alcuni comportamenti individuali o di massa, è necessario addentrarsi nel vasto mondo di quello che viene sommariamente definito l’irrazionale e che non può essere indagato con il metro del positivismo razionalista.
Avventurarsi, pertanto, nella storia dell’umanità con il solo parametro della razionalità significa chiudere gli occhi nei confronti di quello che l’umanità ha espresso in vari modi nei millenni.
Quanto c’è di razionale nelle religioni? Lo stesso si può dire, per tornare a noi, della magia, dell’occultismo, ma anche del satanismo.
Basta la psicologia? O dobbiamo entrare nel mondo nel quale ci guida per mano Goethe nel Faust con ben altra cassetta degli attrezzi?
“Troppo spesso – scrive Norman Miler degli adepti di Mefistofele - sono proni, come una ciurma, alla guerra settaria, al profitto disonesto, all’ingordigia, alla sudiceria, alla malignità e al tradimento. È esattamente così. Tutti, a qualunque livello, sono invariabilmente alla ricerca di quel dono divino che è il potere senza il merito di esserselo guadagnato. L’amara ironia è che poi quasi tutti devono pagarlo caro, in termini di danni alla salute, insuccessi, emarginazione, dipendenze, spreco di potenzialità; a volte lo pagano persino con la vita. Goethe con Faust non aveva esagerato”.
Per conoscere questa parte della storia dell’umanità, che va dai Cainiti al Mein Kampf, dai Frankisti ad Aleister Crowlwy, dai Sabatisti ai satanisti, e via discorrendo, è necessario attrezzarsi.
C’è, dice Giorgio Galli, un problema storiografico rilevante ed è che la persistenza di elementi esoterici nell’odierna cultura politica è sostanzialmente ignorata dagli storici. (Giorgio Galli, Hitler e il nazismo magico, Bur).
Forse, evitando la puzza al naso di certi ambienti della ormai defunta sinistra, sarebbe utile anche leggersi qualche autore come René Girard, quello che ispira oggi la destra repubblicana americana e che fornisce una chiave interpretativa interessante riguardante alcuni fenomeni che escono dalla logica struttura-sovrastruttura.
Se non si capisce che per montare un complesso sistema di ricatti come quello di Jeffrey Epstein è necessaria molta capacità “satanica” di rapportarsi agli uomini, si rischia di stare nel sociologismo o nella semplice psichiatria.
[i] Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza, la storia e la politica, Rusconi
[ii] Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza, la storia e la politica, Rusconi
[iii] Karl Popper, Tutta la vita è risolvere problemi – Scritti sulla conoscenza, la storia e la politica, Rusconi
[iv] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur
[v] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur
[vi] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur
[vii] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur
[viii] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur
[ix] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur
[x] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur
[xi] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur
[xii] Roger Penrose, La strada che porta alla realtà, Bur







